Se Meloni scambia longevità e potere

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Caro direttore, sarà il tempo a delimitare lo spazio del governo e infine a deciderne la sorte. Nel senso che sarà proprio quell’ansia di accumulare mesi, settimane, giorni, minuti sul proprio calendario al fine di stabilire il primato del gabinetto più longevo della storia repubblicana a far perdere di vista a Meloni e ai suoi cari il senso più profondo della governabilità. Che non è la durata in sé e per sé. Ma piuttosto il legame nascosto e misterioso tra la polvere che scorre nella clessidra e l’incedere più concitato delle cose. Un conto che si pretende di far tornare nei numeri ma che non trova poi corrispondenza negli eventi e nelle scelte.

Il problema insomma non è l’orario dei treni, affidato alle cure del ministro delle Infrastrutture. E neppure il supposto malumore della premier, che smentisce di essersela presa più di tanto. Il problema a me pare sia quello del rapporto tra la quantità e la qualità del tempo. Laddove questo governo dà l’idea di essere troppo attento alla quantità, e cioè al suo accumularsi, e assai meno alla qualità, e cioè al suo dispiegarsi lungo i tornanti della storia.

Nel bel libro che Marco Damilano ha dedicato ai due Papi si evoca appunto quel bivio tra lo spazio e il tempo. E si cita Francesco laddove ammonisce sul fatto che «il tempo inizia i processi, lo spazio li cristallizza… Dio si trova nel tempo, nei processi in corso… Non bisogna privilegiare gli spazi di potere rispetto ai tempi, anche lunghi, dei processi. Noi dobbiamo avviare processi più che occupare spazi… Questo fa privilegiare le azioni che generano dinamiche nuove. E richiede pazienza, attesa».

Ora, non si può certo comparare il respiro della storia millenaria con la cronaca dei nostri affanni quotidiani. Ma non c’è dubbio che questa ansia di primato cronologico che ha contrassegnato gli ultimi anni della nostra faticosa governabilità alla fine ha fatto più male che bene ai governi che ne hanno fatto un punto d’onore. Poiché appunto la pretesa di «durare», quasi a prescindere, ha prodotto una inquietudine che ha reso assai più difficile la conquista di un traguardo degno di nota. Sembrava che questa pretesa di sopravvivenza ad ogni costo fosse all’epoca il marchio di fabbrica di noi democristiani. E invece s’è scoperto, da Berlusconi alla Meloni, che la cosa finiva per riguardare piuttosto i nostri impazienti successori. Loro infatti è stato il primato dei governi più lunghi. E loro anche, però, il mesto rovescio di quella medaglia.

Fatto sta che quel tempo inteso come puro e semplice primato numerico, come somma di attimi trascorsi in quel di Palazzo Chigi, ha finito per far perdere di vista il senso stesso della governabilità. Che non consiste nel resistere alle intemperie e fronteggiare gli agguati dei propri alleati irrequieti. Ma semmai nel dare un senso alla propria navigazione politica. Ed è qui che Meloni si sta perdendo. Allo stesso modo in cui forse si perdette Berlusconi una ventina d’anni fa quando si trovò alle prese con quella stessa ansia di primato. Allora (era il 2005) il Cav volle durare più a lungo di De Gasperi. E ora Meloni vuole durare più di lui. Ma la gerarchia dei valori storici epocali non è mai sembrata tener conto più di tanto di questo accumulo di ore trascorse nel Palazzo.

Se infatti la volontà di conservare se stessi e il proprio involucro di governo diventa un puntiglio va a finire che l’ostinazione a stare insieme finisce quasi per essere un reciproco dispetto. E infatti, viste le cose da fuori, la sensazione è che i soci di questa maggioranza non si sopportino più a vicenda. E che non vedano l’ora di liberarsi l’uno dall’altro. Si dirà che è altamente improbabile che lo facciano. Ma è probabilissimo che finiscano per pentirsene. Poiché il governo del paese –insisto– non è inseguire il tempo, ma cercare per quanto si può di tenerlo al guinzaglio. Magari, prima o poi, provando anche a dargli un senso.

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