Eva Longoria: “Combatto per la mia gente e per le donne discriminate”

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«La mia comunità negli Stati Uniti sta attraversando un periodo spaventoso per via delle retate anti-immigrazione dell’ICE e del terrorismo diffuso. Le condizioni dei centri di detenzione sno disumane, con bambini che vengono separati dai genitori. Un livello di crudeltà mai visto prima. È questa la battaglia che stiamo combattendo ora». L’attrice, regista e produttrice statunitense di origini messicane Eva Longoria è al Festival di Cannes come Ambasciatrice L’Oréal Paris, ma non perde occasione per ribadire il suo supporto alla comunità latina e a quanti sono colpiti dall’amministrazione Trump. La star di Desperate Housewives ha diversi nuovi progetti in arrivo, da attrice il film Call My Agent! The Movie e da regista la commedia The Fifth Wheel: «Super divertente, ho appena finito di girarla, si vedrà il prossimo anno».

Attrice, regista, produttrice, cosa le interessa di più?
«Il processo creativo. Non solo quando giro un film o recito – amo entrambe le cose allo stesso modo – ma anche quando cucino. Trovo terapeutica l’idea stessa di creare qualcosa di nuovo».

Si batte da anni per l’emancipazione femminile nello showbiz. A che punto siamo?
«Non abbiamo ancora raggiunto la parità di genere ed è un fallimento in ogni settore, non solo nello showbiz. Ovunque non ci sia una prospettiva femminile perdiamo il 50% della storia. La mia missione in quanto femminista e Ambasciatrice L’Oréal Paris è valorizzare le donne in ogni ambito. Perché noi valiamo, non è solo uno slogan per rossetti e tinte per capelli, dobbiamo lavorare per supportare le donne nelle posizioni di potere, lottare affinché abbiano successo, che siano registe oppure politiche».

Per cos’altro trova giusto battersi? Per i diritti degli immigrati?
«Quando parliamo di Stati Uniti parliamo di un paese di immigrati. La comunità messicana ha contribuito tantissimo alla forza del Paese, sono persone di valore che meritano di essere trattate come tali. Sollevare la mia voce per loro è fondamentale».

Cosa può fare il cinema in un momento storico tanto complesso?
«Continuare a umanizzare le storie e le persone, mostrare le diverse esperienze di vita, culture e linguaggi per eliminare la paura del diverso o le diffidenze verso le minoranze. Come madre vedere la storia di una madre in India mi fa immedesimare, comprendere, mettere nei suoi panni. Temi universali dell’umanità portati sullo schermo possono riunire i frammenti spezzati del nostro mondo, specie oggi che siamo così isolati e segregati».

Aumenta il numero di registe e autrici, le cose stanno davvero cambiando o è solo apparenza?
«Stanno provando a cambiare. Ma noi donne siamo solo il 17% dei registi nel mondo, la parità è lontana, servono più sforzi, più iniziative come Lights on Women che accende i riflettori sulle registe e le donne su uno dei palcoscenici più importanti del mondo del cinema, il Festival of Cannes. Ma ne servono molte di più, su scala più ampia».

Intende dire che alle donne non manca il talento, mancano le opportunità?
«Esatto, a Hollywood gli studios attingono sempre allo stesso bacino di talenti, usano gli stessi registi, gli stessi direttori della fotografia. Non scommettono con budget importanti, preferiscono contattare le solite persone che garantiscono il risultato. Abbiamo perso la fascia intermedia di film, quella che non è il cinema indipendente e non sono i blockbuster da 200 milioni di dollari. È a questa fascia intermedia che servono più accessi di talenti femminili, in modo da poter un giorno arrivare anche ai film più grandi».

C’è ancora il problema di discriminazione per via dell’età per le attrici a Hollywood?
«Di sicuro c’è, ma è anche vero che oggi dopo i 50 anni i ruoli sono migliori rispetto a quelli che ci offrivano da giovani. Stanno finalmente realizzando che le donne possono essere interessanti anche passati i 50, visto tutto quello che succede nelle nostre vite».

L’intelligenza artificiale la spaventa?
«Stiamo dibattendo se sia uno strumento o un competitor, francamente non credo si potrà mai restituire tutta la ricchezza dell’esperienza umana tramite AI».

Ricorda la prima volta che si è detta “Brava”?
«A sei anni. Essendo la più piccola di quattro figlie ho sempre dovuto combattere per il mio spazio. Quando dicevo: “Mamma, ho fame” lei mi rispondeva: “Bene, fai qualcosa”. Mi ha insegnato ad essere indipendente da subito, a cavarmela da sola, le devo tutto. A sei anni salii sulla sedia, presi un uovo, lo strapazzai e ricordo di non essere mai stata così fiera di me. Capii che potevo farcela da sola».

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