Cara Maria, le racconto la mia storia da quando mi trasferii dal paesello in una grande città del nord per lavoro. La mia carriera professionale ebbe una svolta, amavo il mio lavoro, viaggiavo e facevo esperienze stimolanti. A metà dei miei primi “anta” sentivo che mi mancava una famiglia. Appena uscito da una cocente delusione amorosa ecco che tornato qualche giorno al paesello ad una cena con amici incontro “lei” colpo di fulmine, amore a prima vista. Diciotto mesi amanti pendolari, ci vedevamo solo per viaggi, weekend, furono davvero le nostre “nove settimane e mezzo” , tutto sembrava filare al meglio. Ci amavamo? Ci conoscevamo poco ma eravamo felici e decidemmo di rischiare. Detto fatto, e otto mesi dopo il “sì, nacque il nostro unico figlio oggi quasi trentenne.
Senza tema di smentita, col senno del poi, posso certamente dire che facemmo “i conti senza l’oste” . Il destino? Diventati maturi genitori, tra una sofferente e lunga crisi post partum, mie impreviste crisi professionali e profonde incompatibilità caratteriali, ci scoprimmo immaturi. Una relazione da “cane e gatto”. L’incantesimo era rotto, l’incendio dell’innamoramento non aveva prodotto braci ma fredda cenere. Eravamo in costante disaccordo, dalle piccole cose quotidiane alla visione della vita, valori, principi, l’educazione del figlio, amici e relazioni sociali, scarse affinità.
Non ero per lei il “principe azzurro” idealizzato, il compagno che avrebbe voluto. “Devi “cambiare” continuava ad insistere. Nulla tra noi funzionava, nemmeno l’intimità. Il lavoro per me era fonte di preoccupazione e di stress. E poi c’era nostro figlio con dei problemi: dislessia, dsa e all’età di quindici anni la diagnosi di autismo ad alto funzionamento. Mia moglie è ansiosa, apprensiva una vera “chioccia” in simbiosi col figlio, mentre io frustrato, escluso e trascurato mi sentivo come uno sgradito ospite “pagante” . Fuori casa trovavo le mie compensazioni affettive, linfa vitale in un triste quotidiano. Ovvio chiedersi: perché non ci separammo? Io non lo feci per non allontanarmi dal “problematico” figlio, in realtà entrambi non trovammo mai la forza. Fino a 10 anni fa quando lei scoprì i miei “altarini” e tutto precipitò. Alla soglia dei miei settant’anni non vedendo alcun futuro a tre mi sono allontanato cercando di costruire una nuova vita. Ma poi deluso, disperato e solo, sono rientrato a casa, in famiglia, trovando purtroppo che l’astio, il rancore, il risentimento, il distacco erano immutati. Io e loro, uniti da un tetto ma distanti su tutto il resto. Oggi andiamo incontro al nostro trentesimo anniversario da quel “sì”, Io vorrei tanto e da tempo mettere una “pietra tombale” e avere con lei un nuovo inizio verso una serena vecchiaia insieme. Così non è, lei continua ad accudire il suo sempre “bambino” e a covare rancore, sentendosi una vittima e non riuscendo ad elaborare tutto quello che è successo tra noi.
Io di fatto, non riuscendo a vivere da solo, mi adeguo e per lo più vivo di bei ricordi dei miei migliori anni. Ma questo non mi basta, non può bastare per quanto ci resta da vivere, e allora in questa situazione che fare? Che futuro ci aspetta?
Andy
Risposta
Caro Andy,
non posso dirti ovviamente cosa fare per uscire dalla tua inquietudine e insoddisfazione. E non per l’età non più giovanissima perché come sai se mi segui io penso che lo stop a sogni e progetti lo possa dare solo il fischio dell’arbitro. Fino ad allora vivere come se ci fosse un domani e anche un dopo domani. Tu sei come tante persone vittima di una sindrome di Stoccolma, dove il “rapitore” non è tua moglie, o il fato e le circostante, ma sei tu. Perché ognuno di noi ha la responsabilità di essere felice, o almeno sereno, sottraendosi a situazioni e a persone tossiche (non in assoluto ma in relazione con noi). Si soffre per non trovare una soluzione e la via di uscita ma ci si costringe a rimanere in quella situazione pensando che comunque è sempre meglio del vuoto, della solitudine.
Io personalmente penso che non ci sia solitudine più profonda di una convivenza infelice e costretta. Praticamente una galera. Ma vedo intorno a me tante persone che perpetuano questo modello di rassegnazione e infelicità per la paura di rimanere “soli”. Basterebbe avere al tuo fianco qualche amico, una comunità, persone che condividano la voglia di avere uno svago, uno scambio e una compagnia, per liberarti. Il che non significa andare via dalla casa che condividi con tua moglie e tuo figlio, ma rimanerci con un senso di liberazione e di libertà. Una cuccia, un luogo dove tornare ma che non ti costringe. Hai provato a vedere se intorno a te ci sono associazioni di volontariato, circoli ricreativi, librerie con club del libro, o anche solo una palestra?
Uscire da casa, incontrare gente, chiacchierare, scambiare opinioni e risate, sono un antidoto alla depressione, alla solitudine, alla rassegnazione. Io se fossi in te proverei. La felicità di ciascuno di noi deve essere in molte cose non solo in un idealizzato (spesso frustrante) rapporto di coppia. La prima responsabilità l’abbiamo con noi stessi. E ogni giorno può essere un nuovo inizio.
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