Rai, un disastro chiamato Petrecca

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Sembrava una puntata della Gialappa’s, veri numeri uno della satira. E, se tale fosse stata, non c’è che dire: esilarante sin dalle prime quattro parole, roba che è impossibile sbagliare, almeno quelle, perché è come dire «buonasera» a mezzogiorno. «Benvenuti allo stadio Olimpico», si presenta proprio così Paolo Petrecca, aprendo la telecronaca inaugurale dei Giochi, non proprio la fiera della salsiccia a Roccacannuccia. E va bene che tutti gli stadi diventano «olimpici» dopo, però le gare ancora ancora non sono iniziate e, soprattutto, siamo a San Siro.

Vabbè, uno dice: sarà l’emozione iniziale, ma rotto il ghiaccio si riprende. Niente da fare. Segue una raffica di strafalcioni. Confonde Matilda de Angelis con Mariah Carey, che proprio siamesi separate dalla nascita non sono. Quando capisce chi è, la ribattezza in diretta: Matilde e non Matilda. E scambia pure Kirsty Coventry, presidente del Comitato Olimpico Internazionale, con la figlia di Sergio Mattarella. Avrà pensato: lo accompagna sempre la figlia, chi vuoi che sia? Se avesse avuto barba e baffi, avrebbe detto lo stesso. Ecco i brasiliani «che hanno il ritmo nel sangue», e poi gli atleti della Macedonia, «composta come la frutta da popoli diversi» (sic!). Ci mancava solo «la pallina di crema sopra, che è la morte sua». Aiuto, sulle rappresentazioni di Verdi, Rossini e Puccini, parte anche il riflesso patriottico: «Se Puccini si fosse chiamato bianchini…». Quello sovranista invece gli parte su Ghali, manco nominato, perché avrebbe voluto parlare in arabo.

Che dire, oltre che Sergio Zavoli, Niccolò Carosio e Bruno Pizzul si stanno rigirando nella tomba? Che ha avuto poco tempo per studiare visto che il commentatore prescelto, Auro Bulbarelli è stato rimosso per decisione dello stesso Petrecca. Colpa grave: aver dato la notizia che Sergio Mattarella sarebbe arrivato sul tram con Valentino Rossi, manco avesse detto che il suo nome compariva nei file di Epstein. Forse altri conduttori in giro non c’erano tra ferie, impedimenti vari, influenze e il nostro non ha potuto sottrarsi al sacrificio, nonostante ci siano norme che sconsigliano la sovrapposizione tra ruolo editoriale e conduzione.

La spiega, di cotanta performance, è nello stesso sfavillante curriculum dell’attuale direttore di Rai Sport, sin da quando guidava Rainews e, appena nominato, come primo atto andò a Civitavecchia a presentare il libro della premier «Io sono Giorgia»: la sera delle elezioni francesi aprì col Festival delle città identitarie, dove si esibiva la compagna; non pervenuta su quel tg la notizia, se non dopo la rivolta del cdr, del treno fermato da Francesco Lollobrigida o dei fuorionda di Andrea Giambruno; in compenso, dirette fiume su Giorgia Meloni, ogni volta che è possibile, in spregio a interrogazioni parlamentari, esposti all’Agcom, proteste varie.

Insomma, è la solita storia: il primato della fedeltà sul merito, nell’ambito di una lottizzazione cui la Rai non è mai stata estranea ma che ha raggiunto davvero picchi senza precedenti. Prima che, causa amianto, la sede di Viale Mazzini fosse chiusa, erano finiti i posti al garage per direttori e vice, per quanti ne sono stati nominati.

A palazzo Chigi fischiettano sull’accaduto. Mentre si segnala un tweet in cui Giorgia Meloni gioisce per la nascita di un tabloid dell’Associazione giornaliste italiane (tutte di area) ispirata dalla sua ex portavoce. Ora la domanda è: va bene – anzi non va bene – che l’unico criterio apprezzato è l’appartenenza, ma all’interno della folta schiera di famigli, ruffiani e adoratori, qualcuno di decente almeno quando andiamo in mondovisione proprio non si trova?

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