Tra simbologia e scelta ambientale, il Giappone riattiva la più grande centrale nucleare del mondo

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Ci siamo. Lunedì 9 febbraio, il Giappone riaccende la centrale nucleare di Kashiwazaki-Kariwa, la più grande del mondo. È un momento che segna un momento di svolta profondo nella storia energetica e politica del Giappone, chiudendo simbolicamente una parentesi apertasi quasi 15 anni fa con il disastro di Fukushima, causato dal terremoto e maremoto del Tohoku.

La decisione di rimettere in funzione il più grande impianto nucleare del mondo è stata presa dalla prefettura di Niigata lo scorso dicembre.

Non si tratta soltanto di una scelta tecnica o industriale, ma rappresenta una dichiarazione di intenti da parte di Tokyo: il nucleare torna a essere un pilastro strategico in un Paese che deve fare i conti con la scarsità di risorse naturali, con la pressione degli obiettivi climatici e con un contesto geopolitico sempre più instabile.

La centrale di Kashiwazaki-Kariwa, situata nella prefettura di Niigata lungo la costa del Mar del Giappone, è un complesso imponente composto da sette reattori e da un’infrastruttura che si estende su centinaia di ettari. Dal punto di vista simbolico, il suo stop nel 2011 aveva incarnato meglio di qualsiasi altro impianto la “ritirata” giapponese dal nucleare, avvenuta sull’onda dello shock collettivo provocato dal terremoto e dallo tsunami del Tohoku e dalla conseguente fusione di tre reattori a Fukushima Daiichi. All’epoca, il governo decise di spegnere progressivamente tutti i 54 reattori del Paese, assecondando una forte opposizione popolare e inaugurando una stagione di profonda diffidenza nei confronti dell’energia atomica.

Da allora, il sistema energetico giapponese è stato radicalmente trasformato. Lo stop al nucleare ha reso Tokyo ancora più dipendente dalle importazioni di combustibili fossili, in particolare gas naturale liquefatto, carbone e petrolio. Una dipendenza costosa dal punto di vista economico, problematica sul piano ambientale e rischiosa sotto il profilo strategico. Il Giappone importa quasi la totalità delle fonti energetiche che consuma e ogni shock internazionale, dalla guerra in Ucraina alle tensioni nel Medio Oriente, si riflette immediatamente sui prezzi interni e sulla sicurezza degli approvvigionamenti. In questo contesto, la graduale rivalutazione del nucleare è apparsa a molti decisori politici come una scelta quasi obbligata.

Il riavvio di Kashiwazaki-Kariwa arriva dopo anni di revisioni normative, controlli di sicurezza rafforzati e un dibattito pubblico mai realmente sopito.

Il primo tentativo di riaccensione, avviato a gennaio, era stato sospeso dopo poche ore a causa di un problema a un sistema di allarme, che aveva segnalato anomalie poi giudicate non pericolose. L’episodio ha ricordato quanto la sensibilità sul tema resti altissima e quanto ogni minimo incidente venga osservato con estrema attenzione.

Tokyo Electric Power Company (TEPCO), l’operatore dell’impianto e lo stesso che gestisce la centrale di Fukushima Daiichi in fase di smantellamento, ha modificato le impostazioni del sistema e ottenuto il via libera per riprendere la procedura, con l’obiettivo di avviare l’operatività commerciale nelle prossime settimane.

Dal punto di vista energetico, la posta in gioco è enorme. Prima del 2011, il nucleare copriva circa il 30% della produzione elettrica giapponese. Oggi il governo punta a riportare questa quota su livelli significativi per ridurre il peso dei combustibili fossili, che ancora rappresentano la parte preponderante del mix energetico. L’obiettivo dichiarato è duplice: da un lato contenere i costi dell’energia e garantire forniture stabili, dall’altro rispettare gli impegni internazionali sulla riduzione delle emissioni e raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050. In un Paese dove le rinnovabili crescono ma faticano a garantire continuità e stabilità alla rete, il nucleare viene presentato come una fonte “necessaria”, capace di assicurare grandi quantità di energia costante.

A rendere ancora più urgente questa scelta contribuisce l’aumento strutturale della domanda elettrica. L’espansione dei data center, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e la digitalizzazione dell’economia stanno spingendo i consumi verso livelli sempre più elevati.

In questo scenario, Kashiwazaki-Kariwa potrebbe diventare il cuore di un nuovo ecosistema industriale, con progetti che includono la produzione di idrogeno e la creazione di poli tecnologici nelle aree circostanti. Una prospettiva che rafforza l’idea del nucleare come infrastruttura strategica di lungo periodo, non più soltanto come risposta emergenziale.

Sul piano politico, il ritorno dell’atomo si inserisce in un clima di cambiamento più ampio. Il governo guidato dalla premier conservatrice Sanae Takaichi ha mostrato fin dall’inizio una linea più decisa su sicurezza, difesa ed energia.

Nella prefettura di Niigata il consenso resta profondamente diviso, con una parte consistente della popolazione che continua a temere i rischi sismici e le conseguenze di un eventuale incidente in un’area già colpita in passato da forti terremoti. Ma la riapertura della più grande centrale nucleare del mondo rafforza l’immagine di un Giappone che vuole tornare a esercitare un ruolo attivo e autonomo nelle grandi scelte strategiche, anche a costo di riaprire ferite ancora non completamente rimarginate.

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