MADRID. Per un Verdi presumibilmente buono si può anche espatriare (il guaio è che spesso si deve, il che sollecita – o dovrebbe – qualche riflessione sullo stato dell’arte nel nostro Paese). E questa volta non si tratta di inseguire il solito regista star, perché al Teatro Real di Madrid, martedì 10, “I masnadieri” sono stati eseguiti in forma di concerto.
Un Verdi in frac potrebbe anche sembrare una torta senza ciliegina. Ma, in effetti, ogni occasione di ascoltare quest’opera bistrattata è preziosa. “I masnadieri” (Londra, 1847, libretto di Andrea Maffei da “Die Räuber” di Schiller) hanno una fama peggiore di quella che meritano. Massimo Mila li inserì nel suo catalogo di opere verdiane “brutte”, fra virgolette, però, e le esecuzioni sono tutto sommato abbastanza rare. In questo classico titolo “di galera”, arrivato subito dopo lo sperimentale, avveniristico e geniale “Macbeth”, Verdi sposta il teatro “stürmisch” di Schiller verso un grand guignol iperbolico ed esclamativo, fra sepolti vivi, morti che risorgono, banditi perfidissimi che cantano i versi più folli di tutto il melodramma ottocentesco; insomma, l’opera può essere considerata quasi un incunabolo, magari ancora un po’ maldestro ma promettente, di quel “grottesco” che risulterà poi una categoria estetica fondamentale per capire Verdi. L’invenzione musicale non è certo quella, folgorante, del “Macbetto”, ma nemmeno trascurabile. L’impressione, semmai, è che sul conte Maffei Verdi non potesse esercitare lo stesso ferreo e dispotico controllo che aveva su Piave: sicché il libretto è forse il peggiore di tutti quelli che abbia musicato. Di conseguenza, l’esecuzione in concerto, per quest’opera, è sicuramente meno letale che per altre.
Che concerto, però. Francesco Lanzillotta è una garanzia sempre, ma mi sembra che nel primo Verdi sia capace di conciliare l’apparentemente inconciliabile, eleganza e foga, controllo e impeto, lirismi appassionati e cabalette travolgenti. Questa direzione dimostra che la “volgarità” verdiana è solo nei pregiudizi di chi ascolta, e magari negli esiti di chi non sa calibrare bene sonorità e stacchi, e scambia il fracasso per la drammaticità. Qui tutto è, insieme, morbido e incalzante, lieve e impetuoso. Bene l’Orchestra del Real, a cominciare dall’assolo del violoncello di Simon Veis nel Preludio, e benissimo il Coro: del resto, quando a istruirlo è José Luis Basso si è in una botte di ferro. Giganteggia Lisette Oropesa. Amalia è forse l’unica vera parte di soprano di coloratura scritta da Verdi, per la precisione per Jenny Lind, “usignolo svedese” e diva vittoriana per eccellenza.
La Oropesa se la beve con una facilità quasi insolente e tutto l’apparato virtuosistico richiesto: fiati lunghissimi, trilli fenomenali, coloratura sfavillante ma non meccanica. Risultato: bis a furor di madrileni della cabaletta “Carlo vive!”. Rispetto alla produzione della Scala nel ’19, mi sembra che la voce abbia anche guadagnato in sonorità, specie in basso: insomma, un’Amelia fenomenale. Il cattivo di tutta la vicenda è Nicola Alaimo, arrivato all’ultimo momento a sostituire un collega malato. A parte l’ottima qualità del canto, Alaimo è capace di fare teatro anche quando il teatro non c’è, e la scena di Francesco del quarto atto, quella in cui Verdi si ricorda finalmente di aver appena scritto “Macbeth”, è il vertice emozionale della serata. Il fratello “buono”, Carlo, masnadiero per disperazione, è Piero Preti che risolve una parte ambigua come tutte quelle tenorili “di galera” dove, fra brillantezze rossiniane, “cantilene” belliniane o donizettiane e impeti già “verdiani”, non si capisce mai con precisione che tipo di vocalità Verdi avesse in testa.

Pretti è una sicurezza perché canta tutto e tutto bene. Alexander Vinogradov ostende un gran vocione in una parte come quella di Massimiliano per la quale non sarebbe strettamente necessario. Verdi la scrisse per il mitico Luigi Lablache, il sommo basso degli anni Venti, Trenta e Quaranta, che era un mito vivente: aveva cantato ai funerali di Beethoven, Schubert gli aveva dedicato dei Lieder, avevano scritto per lui Bellini, Donizetti e Mercadante – “I briganti”, tratti dallo stesso Schiller dei “Masnadieri” – e poi a Londra era amatissimo perché insegnava canto alla Regina Vittoria e a mezza aristocrazia inglese. Ma nel ’47 Lablache era a fine carriera. Verdi lo fece quindi cantare poco, puntando più sull’interprete che sul vocalista: ci vorrebbero più attenzione alla parola e un’emissione meno slava. La vera catastrofe è però l’altro basso, George Andguladze, mentre c’è, ed è una rarità, un ottimo Arminio, Alejandro del Cerro. Del trionfo durante e alla fine dello spettacolo si è detto. Avvistati anche parecchi melomani itineranti italiani. Verdi vale bene una mossa.
Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it






