Codice Spotify

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Se siete uno dei 750 milioni che usano Spotify per ascoltare musica, sentite questa. Da quasi dieci anni Emmanuel Macron tenta di convincere i partner a introdurre il principio «compra europeo». L’argomento – non del tutto peregrino – è che la globalizzazione per l’industria continentale sia stata una mezza fregatura. La Cina sta cannibalizzando il settore dell’auto elettrica, è quasi monopolista nelle rinnovabili, è terra eletta per l’assemblaggio del mondo hi-tech. L’America resta il nostro principale fornitore di armi, e per difendere la sua industria tratta con tutti a suon di dazi, e vai a sapere se gli andrà bene. E noi? Ecco cosa scriveva il presidente francese nel suo primo programma elettorale: «Abbiamo avuto un approccio naif alla globalizzazione. Ma la globalizzazione è una lotta dura, perché non tutti rispettano le regole. Faremo della protezione dell’industria europea uno dei pilastri di rifondazione dell’Unione». Facile a dirsi, difficile a farsi. Correva il maggio del 2017.

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Da allora le cose non hanno fatto che peggiorare. La Cina ha rafforzato il suo strapotere economico, rappresentato plasticamente da un surplus commerciale da un trilione di dollari, un terzo con l’Europa, un terzo con gli Stati Uniti. L’America di Trump e pure quella di Biden hanno alzato le barriere commerciali, chiedere ai produttori europei di acciaio. Macron, a ormai un anno dalla fine della sua esperienza da presidente, ci riprova:

«È venuto il momento di proteggere la nostra industria. Lo fanno i cinesi, lo fanno gli americani, noi siamo ancora il mercato più aperto al mondo. Non si tratta di essere protezionisti».

Macron gioca con le parole, e forse farebbe meglio a dirla tutta, anche perché ha ora dalla sua insospettabili mercatisti come Mario Draghi. «Abbiamo iniziato a proteggere alcuni settori, imponendo dazi sui veicoli elettrici cinesi eccessivamente sovvenzionati o introducendo clausole di salvaguardia sull’acciaio. Anche il piano per l’auto dimostra una preferenza per i prodotti realizzati in Europa». Capita spesso che il commissario all’Industria Stephane Sejourné denunci il fatto che alcuni produttori cinesi stiano aprendo stabilimenti in Europa con personale cinese. Onestamente troppo anche per chi – come l’Europa – ha costruito parte del suo successo grazie a mercati aperti.

Ci sono settori nei quali il «Buy European» può essere meno complicato di altri. Non si capisce ad esempio perché l’Europa dei ventisette eserciti non possa costruire la propria autonomia strategica nell’industria della difesa: negli ultimi cinque anni più del sessanta per cento delle armi sono state importate dagli Stati Uniti di Trump, colui che ha mandato al diavolo l’Europa invitandola a difendersi da sola dalle minacce esterne. E così il principio del compra europeo è diventato parte integrante del piano Safe: l’Unione finanzia gli acquisti purché il 65 per cento del valore delle armi sia prodotto in Unione europea, Ucraina o Paesi partner.

La battaglia francese sta creando parecchi malumori, in particolare fra i Paesi più piccoli. Perché la verità è che il protezionismo – o qualcosa che gli somigli – è gestibile solo per una grande economia industriale. Il tic tutto francese di mostrarsi poco europeisti alla prova delle alleanze industriali alimenta poi in molti un pregiudizio racchiuso in una battuta feroce: «Non vorremmo che compra europeo si tramutasse in compra francese». E così, in vista del vertice di questa settimana al castello belga di Alden Biesen, un gruppo di nordici ha firmato un documento che farà tornare la proposta nel cassetto.

«Il Buy European rischia di complicare il quadro normativo, indebolire la competitività, limitare l’accesso delle imprese a tecnologie leader, ostacolare gli scambi e allontanare investimenti dall’Unione».

In calce al documento la firma di Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi e Svezia.

Quest’ultima – per chi ancora non l’avesse capito – è la patria di Spotify. Nata nel 2008 dall’intuizione di un giovane svedese, Daniel Ek, si è fatta spazio nel difficile mercato globale dello streaming. L’idea di Ek era eliminare la pirateria offrendo un’alternativa legale alla musica. Nonostante la concorrenza spietata degli over the top, è riuscita ad imporsi con un servizio che – questo lo sapete – permette di ascoltare anche gratuitamente, basta sorbettarsi lunghe pause pubblicitarie. Non è stata una navigazione semplice: nel 2023 ha dovuto tagliare i costi e mandare a casa quasi un dipendente su cinque, ma dà ancora lavoro a più di settemila persone. Ha chiuso l’ultimo trimestre con 38 milioni di nuovi utenti, nel 2025 ha fatto utili per oltre un miliardo di euro.

Per il premier svedese Ulf Kristersson la storia di Spotify – «l’unica grande azienda tecnologica continentale» – è il paradigma perfetto contro la preferenza europea.

«Se introdurre questo concetto significa avere in Europa aziende, prodotti e servizi così eccellenti da essere inevitabili per il resto del mondo, allora sono favorevole. Se significa proteggere le aziende europee impedendo loro di competere con altre in giro per il mondo, allora non è una buona idea».

Difficile dargli torto.

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