Cinema, povera Italia: nessun candidato agli Oscar e neppure alla Berlinale

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La 76° Berlinale si inaugura stasera con No Good Men del regista afgano Shahrbanoo Sadat, ad applaudirlo ci saranno, in prima fila, la direttrice artistica della rassegna Tricia Tuttle, il presidente di giuria Wim Wenders e l’attrice Michelle Yeoh, cui andrà l’Honorary Golden Bear. Le danze si aprono domani, ma, nel cartellone non appare nessun titolo italiano, in nessuna sezione. Del nostro Paese si parlerà solamente in un paio di occasioni, la prima è la presentazione di Heysel 85, il film che ricostruisce la tragica finale di Coppia Campioni 1985, con la partita Liverpool – Juventus segnata dalla morte di 39 spettatori e dal ferimento di oltre 600 persone per la furia degli hooligan. La seconda riguarda Tecla Insolia, l’eroina di Primavera, selezionata tra i talenti europei emergenti nell’appuntamento Shooting Stars. La terza coincide con il ricevimento dell’Ambasciata Italiana per celebrare il nostro cinema. Quest’anno però brindisi senza festeggiato, secondo un copione che dovrà ripetersi anche a Los Angeles, alla cerimonia degli Oscar, nella notte tra il 15 e il 16 marzo, perché anche lì non ci saranno italiani per cui tifare.

Insomma, anche per gli spiriti meno patriottici, l’assenza italiana brucia e si fa notare: «Ci sono state annate in cui abbiamo avuto tanti film in tutti i festival – commenta l’ad di Rai Cinema Paolo Del Brocco -, può capitare che, per qualche anno, non sia così. Certo, andare a Berlino è diventato un po’ più complicato, dipende molto dai film pronti in quel determinato periodo». Quanto agli Oscar, dove stavolta il sogno si è spezzato al primo ostacolo, visto che Familia di Francesco Costabile non è entrato neanche nella short-list annunciata a dicembre, Del Brocco ricorda che «negli ultimi 15-20 anni in cinquina siamo andati poche volte. Bisogna avere un grande film e disporre dei finanziamenti giusti. Non succede sempre di avere un titolo forte, in grado di competere a livello internazionale, quando succede, i successi arrivano».

Secondo Paolo Orlando, presidente editori e distributori Cinematografici Anica, nonché capo della distribuzione Medusa (quella che, da settimane, brinda al fenomeno Buen Camino) «la partecipazione ai festival dipende di anno in anno anche dalla disponibilità dei film pronti per il lancio in quel periodo». E stavolta, per la Berlinale, quella disponibilità sembra sia venuta a mancare, insomma, dice Orlando, trattasi di «normale avvicendamento e non di punizione». Quanto agli Oscar, il parterre dei titoli in corsa per il miglior film straniero, è, per il 2026, veramente agguerritissimo: «Sono tutti film premiati a Cannes e a Venezia, per Familia non era così, e questo ci ha messo in una posizione meno muscolosa». Consoliamoci, allora, con i dati sugli ultimi incassi: «Il nostro cinema – fa notare Orlando – continua a migliorare, era da tempo che non avevamo così tanti film italiani, anche molto diversi tra loro, che occupano stabilmente le prime tre posizioni in classifica e in generale anche le prime dieci, è un fatto che, nell’epoca post-Covid, non era più avvenuto».

In rotta verso la Berlinale, c’è il direttore del Museo del Cinema Carlo Chatrian, che l’ha diretta dal 2019 al 2024, in edizioni difficilissime, oscurate dall’ombra della pandemia: «In passato Berlino era stata un’ottima piattaforma per rilanciare i film in corsa per gli Oscar, oggi la campagna parte d’estate, viviamo in un mondo globale quindi quel tipo di rilancio è diventato più difficile. D’altra parte le uscite in sala hanno impatto meno forte rispetto al passato e quindi major e società di distribuzione investono di meno in questo campo». Gareggiare per l’Orso d’oro sarebbe però sempre possibile: «L’assenza di film italiani dalla gara, sia l’anno scorso che questo, è frutto di una scelta editoriale, su questo bisognerebbe sentire la direttrice Tricia Tuttle e ovviamente lei risponderà che le scelte sono fatte in base alla qualità e non alla nazionalità. Ci conosciamo, ognuno fa il suo lavoro, ma sicuramente le linee editoriali sono diverse, penso sia evidente».

Il direttore del Tff Giulio Base, anche lui in viaggio verso Berlino, dice di vedere «il bicchiere mezzo pieno. D’istinto mi verrebbe da rispondere che queste assenze siano casuali, anche perché i risultati recentissimi del cinema italiano al botteghino ci danno entusiasmo e ossigeno». Però, ammette, «non bisogna nascondersi dietro un dito. Sono anni che non arriviamo ai traguardi importanti. Secondo me la formula potrebbe essere promuovere di più il sistema Italia, così come fanno gli altri nei loro Paesi. Noi italiani siamo sempre Guelfi e Ghibellini…fare sistema ci viene difficile, se lo facessimo, soprattutto quando si decide che c’è un campione da sostenere e che tutti devono battersi per quello, forse otterremmo qualche risultato in più». Nel caso degli Oscar pesano anche molto gli investimenti, che devono essere «reali, in quel caso sistema dovrebbe voler dire mettersi davvero tutti insieme, fare sistema Paese. Proprio come succede quando si prova ad avere le Olimpiadi». Base, che, nel frattempo, può godersi il successo di aver proiettato al suo Tff uno dei film più quotati della kermesse hollywoodiana (Marty Supreme, con il candidatissimo Chalamet) sostiene di vedere un «cinema italiano vitalissimo, sia dal punto di vista commerciale che autoriale, dove, accanto ai nomi affermati, brillano tanti giovani talenti». Dopo Berlino, arrivano Cannes e poi Venezia, come sempre, le speranze si schiudono a primavera: «Sono fiducioso e non vedo segnali negativi – dice Paolo Orlando -, sono convinto che a Cannes e a Venezia, potrà esserci una parte importante di produzione autoriale, pronta per essere presa in considerazione, come merita».

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