Nella sofferenza di Tommy batte il cuore di un paese

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L’attesa è la cifra emotiva in cui vive chi, gravemente ammalato, aspetta un organo. Se penso a mia madre in lista per un rene che le concedesse di immaginarsi anziana, è proprio a quella condizione di sospensione del vivere che torno. Non stasi, ma quotidianità trepidante, logorio invincibile di giorni e fastidi, di notti e dolori, con la borsa del ricovero sempre pronta e il telefono accanto perché la chiamata poteva arrivare a qualunque ora. E, non arrivando, il montare della sfiducia.

Chiamarono invece ch’era un giorno di festa, l’8 dicembre 2004, mia madre nei suoi 55 anni, e il tempo sfiancante dell’attesa si contrasse allora in un grumo palpitante di ore. Si attivarono protocolli, equipe mediche allertate, chirurghi, anestesisti, ferristi, personale amministrativo per le pratiche burocratiche, elicotteri si alzarono in volo (per un donatore in buone condizioni si contano numerosi trapianti), noi intanto tutti stretti in macchina, il piede sull’acceleratore, la borsa nel bagagliaio, frasi che non ricordo, niente di epocale, temo, d’altronde non c’era tempo di pensare, di aver paura, di essere contenti, neanche di immaginare il donatore, la famiglia come la nostra che, mentre ci affrettavamo, forse si attardava al capezzale del congiunto. Quando poi portarono mia madre in sala operatoria, il tempo contratto dei protocolli tornò a dilatarsi nell’attesa, ma, ricordo, non era più l’attesa di prima, piuttosto un procedere cauto, e confidente. Era la vita che, circospetta, poco alla volta ritrovava il passo perduto tanti anni prima, con la diagnosi.

Ho letto che, per un bambino di due anni e mezzo, il tempo medio di attesa di un cuore nuovo è tre anni e mezzo, cioè quasi il doppio del suo tempo terreno. Non solo ci vuole la compatibilità dei tessuti, anche la dimensione dell’organo è decisiva. Lo capisco. Mi è però difficilissimo concepire un’attesa – una sospensione del vivere – così sproporzionatamente lunga rispetto alla vita stessa.

E poi un’altra cosa. Quel tempo che va dalla chiamata («C’è un donatore»), anzi, no, da prima. Quel tempo che va dalla decisione di donare gli organi, il tempo che va da quell’abisso di dolore fino all’uscita di mia madre dalla sala operatoria, quello sì – il tempo convulso dello strappo, della paura, del coraggio – è un tempo umanamente insostenibile. È troppo. E se abbiamo imparato a sostenerlo (sono migliaia i trapianti ogni anno), l’abbiamo fatto, lo facciamo, in forza di protocolli, procedure da rispettare e regolamenti da applicare. Tutte cose umanissime, che noi umani, cioè, abbiamo messo a punto per far sì che la morte di un nostro simile possa generare uno scampolo di vita per altri. Senza fallo, possibilmente. Ma umani, purtroppo, sono anche gli errori.

Per mia madre funzionò. Rinacque, e noi con lei. Anni dopo lessi il bellissimo romanzo di Maylis de Karangal Riparare i viventi, che mette a fuoco proprio il tempo insostenibile che dicevo, e l’autrice lo fa magistralmente, ridefinendo il concetto stesso di morte e allargando quello di vita e riempiendo di senso e speranza ore altrimenti tremende. Adesso quindi aspetto notizie da Napoli, da Roma, da qualunque ospedale europeo dove un funzionario, magari svegliato nel bel mezzo della notte, attiverà una procedura, e a quel punto, seguendo i protocolli, un medico darà il via libera, e tutti avranno paura, e tutti avranno coraggio, e non ci saranno errori, e per Tommaso, per la sua famiglia, finirà quest’insostenibile attesa, e la vita ritroverà il passo.

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