Le correnti orientano il voto sul Csm. Pochi iscritti? L’Anm fa illusionismo

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C’è qualcosa di rassicurante, quasi affettuosamente prevedibile, nel periodico esercizio con cui il presidente dell’Associazione nazionale magistrati ridimensiona il “fenomeno correntizio”. È un po’ come chiedere all’oste se il vino è buono. O, per passare alle metafore internazionali, come affidare al tacchino l’organizzazione del pranzo di Natale. Secondo l’ultima versione, le correnti conterebbero pochissimo: appena il 23% degli iscritti all’Anm aderirebbe formalmente a un gruppo. Il “mito” sarebbe dunque sgonfiato dai numeri. L’operazione retorica è quasi da manuale di illusionismo: si mostra una cifra e si invita il pubblico a guardare quella, mentre il punto è altrove. Il tema non è quanti magistrati siano iscritti, ma quanta capacità abbiano le correnti di orientare i voti per l’elezione al Csm. Se bastasse il numero degli iscritti per misurare il potere reale, dovremmo concludere che i partiti politici italiani siano entità folcloristiche. Gli iscritti a Fratelli d’Italia, al Partito democratico, alla Lega o al Movimento 5 Stelle sono una frazione infinitesimale rispetto ai milioni di elettori che li votano. Argomento finale: per decenni non è mai stato eletto al Csm un componente togato che non fosse espressione diretta di una corrente. Il tentativo poi di archiviare gli «scandali passati (come Palamara)» per sostenere che il correntismo sia nato e morto con lui, e la riforma abbia solo un intento punitivo, è quasi commovente.

Vale la pena di affidare la replica sulla nascita delle degenerazioni interne alla magistratura alle parole più che mai attuali di Giovanni Falcone: «La crisi profonda dell’associazionismo dei magistrati ha pesantemente influito sulla stessa funzionalità delle istituzioni. Le correnti dell’associazione si sono trasformate in macchine elettorali per il Consiglio superiore della magistratura e quella occupazione delle istituzioni da parte dei partiti politici, che è alla base della questione morale, si è puntualmente presentata anche in seno all’organo di governo autonomo della magistratura con note di pesantezza sconosciute nella stessa sede politica». Un giudizio severo, che non ammette repliche, espresso nel 1988. Non un commento alle chat di Palamara che a quel tempo frequentava il liceo. Indimenticabile poi l’exploit delle elezioni del 2018. Per i quattro seggi riservati ai Pm si presentarono quattro candidati uno per ciascuna corrente. Tutti d’accordo dunque. Due di questi avevano poco prima mutato appositamente funzioni da giudice a Pm.

Evidentemente nutrivano irrefrenabili attitudini investigative che hanno poi dovuto accantonare per offrire la loro qualità professionale al Csm Lo spirito di servizio, si sa, viene prima di tutto. Una «vera e propria mortificante farsa», come riconosciuto dalla stessa magistratura dopo lo scoppio dello scandalo. Prima nessuno dei quasi diecimila elettori se n’era accorto? La distrazione dei magistrati su questi temi è un fenomeno curioso ed evidentemente generalizzato e ricorrente. Il Csm attribuisce circa 300 incarichi direttivi e semidirettivi all’anno. Un sistema che per decenni ha inciso su migliaia di nomine direttive e semidirettive, governato interessi e costruito carriere è stato il prodotto di un manipolo isolato? Una ricostruzione che richiede una buona dose di fantasia e una fiducia incrollabile nella coincidenza. E ora cosa accade? Andrea Mirenda, l’unico togato oggi sorteggiato al Csm e libero da vincoli correntizi, ha dichiarato pubblicamente più volte che l’Anm pretende di controllare ogni momento della vita professionale dei magistrati “genuflettendoli”.

Non l’osservazione di un editorialista malizioso, ma la testimonianza di chi vive oggi dall’interno il Consiglio. Un magistrato che, è bene ricordarlo, insieme ad altri ha fondato un gruppo chiamato “Articolo 101 – Movimento per la Giustizia”, che non partecipa alle elezioni del Csm perché non riconosce la legittimità del sistema correntizio e all’interno del quale è maturata la soluzione del sorteggio, che è un’idea della magistratura che risale almeno a quindici anni fa, non della politica. Il tentativo del presidente dell’Anm di trasformare l’elefante nella stanza in un soprammobile è a tratti epico. Il problema è che la realtà, ostinatamente, resta lì in modo quasi sfacciato e oggettivamente irrispettoso di tanto sforzo e per credergli occorrerebbe un atto di fede che neppure il più ottimista dei cittadini riuscirebbe a concedere senza un sorriso ironico.

*Presidente e segretario dell’Unione camere penali italiane

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