Una statua per Rossini

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Rovigo dedicherà una statua a Rossini. No, non Gioachino, che pure la meriterebbe, ma il gatto Rossini, la mascotte cittadina, la star del web, il residente peloso più famoso. I cittadini l’hanno molto amato e adesso molto lo ricorda: Rossini è morto sabato, il giorno di San Valentino, investito da un’auto in una strada del centro. E adesso si assiste allo spettacolo straordinario, incredibile e commovente insieme, di un’intera città che piange un gatto. Il luogo dell’incidente si è subito trasformato in un altare a cielo aperto, coperto di fiori, biglietti, peluche, palloncini. Centinaia di persone si condolgono sui social. Le tivù locali ne parlano, i giornali dedicano articoli alla notizia e “La voce di Rovigo” è uscita con uno speciale di quattro pagine. Le vetrine dei negozi che frequentava espongono fotografie e messaggi di cordoglio. I politici postano comunicati e ricordi. La sindaca, Valeria Cittadin (ex sindacalista Cisl, civica di centro-destra) scrive di Rossini che «Rovigo ti saluta con gratitudine e commozione. La tua assenza lascia un vuoto, ma il ricordo resterà vivo nelle piazze, tra le nostre vie e nei cuori di tutti noi. Grazie per l’amore che ci hai donato». Domani, che è il 17 febbraio, Giornata mondiale del Gatto, era già prevista la consegna al Comune di una statua in rame di Rossini dell’artista Alberto Cristini, cerimonia che adesso assume ovviamente un nuovo significato. Intanto, il consigliere regionale Fabio Benetti annuncia che farà realizzare a sue spese un’altra statua, «che possa diventare un segno tangibile e duraturo del legame fra Rossini e la comunità rodigina». Ed è stata aperta una pagina web per chiedere che sia collocata sullo scalone di Palazzo Nodari, sede del Comune, che era uno dei posti prediletti da Rossini per le sue pubbliche pennichelle.

Il gatto superstar era arrivato a Rovigo dalla Bosnia tredici anni fa. Era un tigratone rosso (bellissimo, ma ça va sans dire, perché non esistono gatti brutti), provvisto di due occhi verdi “spaccanti”, come direbbe Raul Bova. Beninteso, era stato adottato e aveva una casa dove dormire. E tuttavia, amico di tutti e servo di nessuno, anarchico e indipendente come i veri gatti alfa, amava gironzolare per il centro. Centinaia di foto lo ritraggono nelle vetrine dei negozi, sui banchi del Consiglio comunale, sui tavolini dei bar e in una memorabile occasione anche sulle sedie del Tribunale intento a fare quel che ai gatti riesce meglio: niente. Un sonnellino di qui, un giretto di là, un grattino a sinistra e due fusa a destra, Rossini era diventato un’istituzione cittadina. La sua pagina Facebook conta più di 17 mila follower appassionatissimi alle vicende del “sindaco felino”, il primo micino di Rovigo, tutti in ansia quando era salito sul tetto di una chiesa e c’era voluto l’intervento dei pompieri per portarlo giù e disperati quando era sparito per qualche giorno. Pare che fosse montato su un camion e arrivato in Toscana, dov’era stato trovato e rispedito nella sua città, accolto da decine di post sollevati: «Rossini è tornato».

Sono le stesse persone che adesso sfogano sui social un dolore difficile da capire per chi non è gattolico praticante. I messaggi sono centinaia, una specie di elaborazione collettiva del lutto. «Da oggi saremo più soli». «Rossini era presenza, era casa, era quel passo leggero che compariva ovunque ci fossero vita, persone e condivisione». «Non faceva rumore, ma lasciava il segno». «Oggi non piangiamo solo un gatto. Piangiamo un pezzo delle nostre giornate, un incontro improvviso per strada, una carezza rubata, un sorriso inaspettato». «Resta il ricordo di un gatto dal manto rosso che per sempre rappresenterà una parte luminosa, gentile e bella della nostra città». «Era il nostro gatto. Non imponeva, conquistava. Non pretendeva, ispirava» (questa è ancora la sindaca, intendo quella umana, bravissima). Così sono i gatti: attraversano le loro vite e le nostre con una leggerezza svagata e sorniona, lieve e ironica, si direbbe con quella “sprezzatura” che Baldassarre Castiglione raccomandava al gentiluomo e che al gentilgatto riesce così bene. Ma le segnano in profondità. E sono capaci di diventare una parte, e forse la migliore, delle nostre esistenze, di alleviare infinite solitudini, di lenire molti dolori, di insegnare la saggezza, ispirare la simpatia, suscitare a-micizia, anzi affetto, meglio: amore. Stavolta questo amore da privato è diventato pubblico. In un’epoca così cinica e feroce come la nostra, questa commozione collettiva non è solo una notizia: è una speranza».

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