Ha addirittura un nome. A me ricorda una diagnosi clinica, la spia di un disagio profondo, ma a quanto pare è di gran moda. Si chiama vaguebooking.
È quella strana ferita digitale che si tenta maldestramente di curare esponendola al mondo. Un abbandono, un tradimento, una delusione cocente, un fidanzato che sparisce diventano un’urgenza comunicativa e si trasformano in un post allusivo scritto con un linguaggio-non linguaggio, da postare sui propri social.
Parlo con tutti e con nessuno. Racconto di un disagio, ma non dico cosa mi fa star male. Strategie lessicali al confine con i problemi di comunicazione. Chissà, magari gli stessi problemi di comunicazione che hanno fatto deragliare la coppia.
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Uno scudo protettivo
Il vaguebooking è quel grido silenzioso di chi ha troppo rumore dentro e non trova le parole o forse il coraggio per trasformarle in parole.
Per tradurre lo sconforto in una telefonata, un incontro, un dialogo reale fatto tra chi parla e dice, e chi ascolta e capisce. È l’arte, o presunta tale, di lanciare un sasso nello stagno dei social e nascondere la mano. Dire tutto senza dire niente permette di non affrontare un eventuale litigio, uno scambio emotivo e verbale, un diniego, un’aggressione, una fine.
Questa ennesima deriva figlia della modernità rappresenta una strategia, altamente immatura, per non affrontare la profondità e per non nuotare dove non si tocca.
Un urlo soffocato che ricorda un antidoto al legame, inoculato a suon di post, in un momento storico che ha paura della profondità.
Che cosa ci dice il desiderio sessuale quando sparisce all’interno di una coppia?

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Il vaguebooking non è solo un comportamento che riguarda la crisi delle relazioni moderne ma una manifestazione complessa di meccanismi di difesa e bisogni infantili che ancora non sono stati riconosciuti e nemmeno superati.
È la messa in scena, come una rappresentazione teatrale, di un conflitto interiore che cerca la risoluzione nell’esteriorità: in un pubblico virtuale.
In psicoanalisi, il bambino piccolo esprime il proprio disagio con il pianto. Piange se ha fame, sonno, paura, le coliche, la febbre e tanto altro.
Spetta alla madre, colei che si prende cura, il compito di interpretare il significato di quel pianto. In amore però i protagonisti di una coppia non sono un genitore e un figlio, ma due partner simmetrici, preferibilmente adulti, risolti e autonomi, e parlanti.
La regressione
Chi sceglie il vaguebooking come forma di non comunicazione va indietro nel tempo sino allo stadio della regressione.
Lancia nel vuoto dell’etere un segnale di sofferenza non codificato e codificabile, nella speranza che il diretto interessato agisca come una madre onnisciente e onnipresente che capisce tutto senza bisogno di spiegazioni, e agisca di conseguenza.
Eppure, in amore e nelle relazioni adulte, il linguaggio verbale – e non di fumo – rimane l’unica forma di comunicazione esistente.
Chi ama in maniera infantile e irrisolta crede che l’altro debba comprendere i propri stati d’animo senza che l’altro parli o chieda. Vige una sorta di fantasia inconscia secondo cui, se qualcuno ama davvero deve capire senza che gli venga detto nulla.
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Valeria Randone

Esibizionismo versus ritiro narcisistico
Il vaguebooking è una sorta di crasi disfunzionale tra due spinte opposte: l’esibizionismo e il ritiro narcisistico.
Il bisogno prepotente di mostrare il proprio dolore per esistere e resistere viene postato, mostrato, spesso recitato, senza che l’altro possa intervenire se non con un banale e inutile like. La paura di esporsi al giudizio o al rifiuto rappresenta invece un chiaro esempio di ritiro narcisistico.
Chi rimane vago, non si espone troppo e si trincera dietro l’illusione di mantenere il controllo. Se qualcuno dovesse risponde al post in modo critico o aggressivo, può sempre difendersi dietro la solita maschera ambigua e di mistero dicendo che è stato frainteso.
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Il post-proiettile
Chi sceglie il vaguebooking come forma di non comunicazione scrive dei veri post-proiettili, taglienti, offensivi, crudeli, spesso senza filtri proprio perché vaghi, mai diretti a un interlocutore preciso, con un’identità riconoscibile.
Questi post, in realtà, hanno sempre un destinatario in particolare: un ex, un amico, un collega, un genitore, ma vengono lanciati nell’etere come se fossero dei pensieri a voce alta.
L’obiettivo del gesto impulsivo è quello di generare ansia e senso di colpa nel destinatario senza assumersi la responsabilità di un confronto diretto o di un’offesa.
Segue la strategia della triangolazione. L’autore del post-proiettile cerca di portare l’agorà virtuale dalla sua parte e di schierarla contro il nemico innominato.
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In fondo, chi scrive con queste intenzioni, cerca una validazione narcisistica che compensi il senso di impotenza e abbandono che serpeggia sotto la sua pelle.
La ricerca di uno spettatore, non di un interlocutore
Normalmente, la mente umana usa il linguaggio per dare forma alle emozione, per tradurle in una forma comune, e per essere compreso. Questo processo si chiama mentalizzazione.
Il vaguebooking interrompe bruscamente questo processo: l’emozione non viene elaborata, ma semplicemente buttata fuori, una sorta di evacuazione psichica.
La bacheca social diventa un contenitore esterno per un dolore interno che non trova spazio nella psiche di chi lo prova. Tutto ciò che viene eliminato, estromesso dalla psiche, evacuato e negato, in fondo, non viene elaborato e continua a fare male.
C’è una grande differenza tra lo spettatore adulante e l’interlocutore parlante.
Il primo è muto e lascia segni della sua presenza con like e cuori, muti anch’essi. Il secondo è dialogante.
Soltanto in quello spazio di parola e ascolto può esserci uno scambio, un confronto o un reale abbandono.
Questo articolo è stato scritto in esclusiva per La Stampa da Valeria Randone, psicologo e sessuologo clinico a Catania, Milano e online (www.valeriarandone.it) e autrice del libro “L’aggiustatrice di cuori – Le parole che riparano”
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