Le parole del capo dello Stato in difesa del Csm «mi hanno rincuorato», commenta lo scrittore, ex magistrato ed ex senatore del Pd Gianrico Carofiglio. «Ma mi hanno trasmesso anche una sensazione di disagio, per un contesto politico che costringe il presidente a un simile gesto. Mancava solo la fotografia del destinatario di quelle parole».
Dice? Dal centrodestra dicono che è un richiamo rivolto a tutti.
«L’ho letto: sembra vogliano uccidere la satira con le sue stesse armi. Il presidente della Repubblica fa una cosa che non ha mai fatto in undici anni, come ha detto lui stesso, la fa il giorno dopo un’uscita a dir poco scomposta del ministro della Giustizia Nordio e le due cose non sarebbero in relazione. Tutto molto bello, con le parole di Bruno Pizzul».
Il presidente Mattarella chiede toni bassi, e subito dopo la premier Meloni attacca i magistrati per la decisione del risarcimento a Sea Watch. Tutto normale?
«In un certo senso sì. La presidente del consiglio fa quello che ha sempre fatto. Forse ci siamo scordati delle foto sotto al cartello di Bibbiano e la promessa “saremo gli ultimi ad andarcene”: in quell’occasione era un tantino meno garantista di quanto non sia, tanto per dirne una, con Delmastro che continua a fare il sottosegretario alla giustizia munito di una condanna in primo grado per rivelazione di segreti d’ufficio. Una cosa del genere potrebbe mai accadere in Francia, Germania, Regno Unito, Spagna? Potremmo passare ore a commentare i comportamenti fallosi della premier, ma gliene cito uno in particolare».
LE IDEE
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RAFFAELA MERCURIO

Quale?
«Un paio di mesi fa disse che la riforma renderà più efficiente la giustizia. Peccato che la presidente di Commissione Giustizia Giulia Bongiorno in Senato ha spiegato che solo un ignorante può affermare che questa legge incida sull’efficienza della giustizia».
Il ragionamento della premier è: noi facciamo il nostro lavoro, le forze dell’ordine pure, ma alcuni magistrati ostacolano l’azione del governo.
«Un ragionamento che denota grave carenza di cultura istituzionale. Il compito dei magistrati, cioè del potere giudiziario, è il controllo di legalità. Questo non vuol dire che i magistrati abbiano sempre ragione, ma un conto è criticare una sentenza, altro è usarla per mettere in discussione il sistema dell’equilibrio dei poteri».

Secondo Meloni il problema sono alcuni magistrati politicizzati. Non ha ragione?
«Ci dica quali sono e in base a quali prove. Si ripete continuamente “magistratura politicizzata” e a richiesta di chiarimenti e prove si risponde: “Ma dai, lo sanno tutti che è così”».
Vero è che nella magistratura esistono correnti: volontà dichiarata della riforma è, dice la premier, liberarla dal loro «giogo».
«Le correnti in sé esprimono il pluralismo culturale della magistratura, che è un valore. Poi certo, ci sono stati e ci sono comportamenti opachi, e a volte anche peggio, ma se si vogliono cambiare le cose, non lo si fa col sorteggio. Chi sceglierebbe il consiglio comunale col metodo della tombola? Non è un caso che questo sistema non esista in nessun Paese del mondo».

Obiezione dei promotori della riforma: ma i possibili sorteggiati sono tutti magistrati.
«Anche i medici sono tutti laureati in medicina, ma lei si farebbe operare al cuore da chi è appena entrato in ospedale, o preferirebbe un cardiochirurgo d’esperienza? Il problema è che qui si vuole dare una martellata al sistema del bilanciamento dei poteri delegittimando la magistratura e il suo autogoverno».

In che modo?
«Il punto non è mettere i pubblici ministeri sotto al governo, come spesso si è sentito dire. Non subito, perlomeno. La questione è più sottile e delicata: questa riforma non solo non migliorerebbe le cose, ma renderebbe il sistema giudiziario più fragile, e meno capace di dare tutela ai cittadini. Mentre la separazione delle carriere nei fatti esiste già, è solo una battaglia ideologica».
Quella di Meloni le sembra una comunicazione efficace?
«No. Penso che stiano perdendo il controllo perché erano convinti che il referendum sarebbe andato liscio come l’olio e non si aspettavano questa rimonta del No. Non li invidio: ora deviare la corrente non è facile. Al posto loro non so cosa farei per invertire la rotta, ma so cosa avrei fatto prima».
Cosa?
«Avrei lavorato in Parlamento per una riforma condivisa, anziché imporla a colpi di maggioranza. Non ci sarebbe stata questa contrapposizione violenta e insopportabile».
Di cui è protagonista anche lo schieramento del No. Come giudica la dichiarazione del procuratore di Napoli Nicola Gratteri su indagati e imputati che in Calabria voteranno Sì?
«Io non l’avrei fatta quella dichiarazione, perché era facile prevedere cosa ne sarebbe derivato. Detto questo, c’è un problema di sconnessione logica in certe critiche alla – ripeto: discutibile – dichiarazione di Gratteri».
A cosa allude?
«Per chiarire con un esempio: se qualcuno dice che tutti i poeti sono esseri umani, non sta dicendo che tutti gli esseri umani sono poeti. E se qualcuno dice che i mafiosi voteranno in un certo modo, non sta dicendo che tutti quelli che voteranno in quel modo sono mafiosi».
Lei che ha scritto un Manuale di autodifesa civile, come consiglia i cittadini di difendersi da questo clima avvelenato?
«Con l’igiene linguistica, intellettuale e politica. La retorica populista si smonta scoprendo il suo carattere manipolatorio, smascherando i trucchi e le bugie della propaganda, più in generale esercitando il pensiero critico, facendo e facendosi domande. La cosa che da più fastidio alle populiste e agli autocrati di ogni latitudine».
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