Quando Baudo interruppe Sanremo per la partenza dei due italiani verso lo Spazio

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«Ora interrompiamo il nostro Festival, per un collegamento molto importante. E’ con Cape Canaveral, dove tra pochi minuti partirà uno Shuttle con a bordo due astronauti italiani».

Non sappiamo se, oggi, interrompere in diretta un evento come il celebre Festival della Canzone Italiana per una missione spaziale, si potrà ripetere. Ma quel 22 febbraio del 1996 il grande Pippo Baudo, anche un po’ emozionato, passò alle immagini da Cape Canaveral, dove svettava con pennacchi bianchi di vapore, sulla rampa 39B, lo Space Shuttle Columbia.

Gli astronauti italiani Cheli e Guidoni

 

Cheli: “La partenza? Emozionante e dinamica al tempo stesso”

A bordo, per la prima volta (e unica, fino ad oggi, partendo e rientrando sulla stessa astronave) c’erano due astronauti italiani: lo “specialista di missione”, seduto tra i due piloti, Maurizio Cheli, dell’ESA. Modenese classe 1959, e pilota dell’Aeronautica Militare. E l’astronauta scienziato Umberto Guidoni, originario di Frosinone e romano d’adozione, fisico, classe 1954 dell’ASI. Entrambi, erano ovviamente al primo volo: prima di loro, solo un italiano, l’ingegnere e fisico genovese Franco Malerba, era andato in orbita, nell’estate del 1992.

E sempre con una missione dello Shuttle che trasportava nella sua stiva di carico lunga 18 metri il Tethered, meglio noto come “satellite al guinzaglio”, poiché collegato alla navetta da un cavo sottile 2.4 millimetri e lungo 20 chilometri.

Il cavo era di rame e coperto da una guaina di materiale super resistente, con l’intento di creare energia elettrica attraversando le linee del campo magnetico terrestre. Il momento della partenza, già di per sé emozionante e dinamico, regalò sorprese fino agli ultimi secondi del conteggio alla rovescia: «Si accese una spia a un minuto dal lancio – ricorda Cheli – Che non faceva presagire nulla di buono, e cioè che il lancio venisse bloccato all’ultimo. Ma fu un falso allarme, i sistemi automatici non hanno fermato il conteggio e siamo partiti. Il lancio? Un’esperienza incredibile. Quando si accendono i due grandi razzi laterali di spunto alla partenza, non si possono più spegnere e spingono forte per due minuti. E quindi significa che, comunque, da qualche parte vai a finire… E noi siamo finiti alla quota e traiettoria perfette».

«Lo shuttle rappresenta per me la macchia volante più complessa in assoluto che abbia mai visto in vita mia – aggiunge Cheli – L’avventura spaziale è qualcosa in continuo divenire ed è estremamente affascinante per l’essere umano, perché ci proietta nel futuro anche per cercare di capire da dove veniamo».


Il lancio , 22 febbraio  1996  (foto Sito Umberto Guidoni)

 

Un satellite italiano a 20 chilometri dallo Shuttle

A bordo, oltre ai due astronauti italiani, c’erano il comandante Andrew Allen, il copilota Scott Horowitz, e i mission specialist Jeffrey Hoffman, Franklyn Chang-Diaz, e lo svizzero Claude Nicollier. Il satellite dell’ASI (Agenzia Spaziale Italiana) e costruito dall’allora Alenia Spazio a Torino e a Caselle (oggi Thales Alenia Space e Leonardo) era sferico, circondato da antenne, ed era un progetto tutto italiano, nato dall’idea dei professori Giuseppe Colombo dell’Università di Padova e Mario Grossi, dello Smithsonian Astrophisical Observatory, ed entrambi consulenti NASA. I quattro anni trascorsi dal primo lancio del 1992, nella missione STS 46, avevano consentito un lavoro di affinamento della missione, oltre a eliminare l’intoppo tecnico che aveva causato il blocco nel rilascio del filo durante la prima missione a soli 270 metri dallo Shuttle.

Con la missione STS 75 del 1996, il satellite arrivò fino a 19,6 chilometri dallo shuttle, e nonostante la rottura del cavo che fece poi perdere il satellite, l’esperimento elettrodinamico funzionò, fornì risultati importanti e dimostrò tutta la sua validità scientifica.

«Al momento in cui perdemmo il satellite l’equipaggio era rilassato – ricorda Guidoni, che poi tornerà in orbita nel 2001 sulla Stazione Spaziale Internazionale – oramai la fase più difficile sembrava superata, e il filo si stava srotolando alla velocità prevista. Si poteva vedere la sua parte iniziale incurvata, come succede per il cavo di un aquilone quando c’è molto vento, e in cima una sferetta, ormai non più grande di uno spillo, che brillava come una stella. Poi, all’improvviso, l’indicazione dal computer che il filo non era più in tensione. È bastato un attimo per rendersi conto che si era rotto e il satellite, ormai libero, se ne stava andando come un palloncino sfuggito di mano a un bambino».

Un’idea che potrebbe diventare determinante per Marte

La missione STS 75 fu tra quelle di maggiore durata di tutte le 135 del Programma Shuttle. Durò quasi 17 giorni (oltre il 18° non si poteva andare) , dal 22 febbraio all’8 marzo. Tutti gli esperimenti scientifici a bordo furono portati a termine, e Maurizio Cheli ne condusse alcuni sul comportamento delle fiamme in assenza relativa di gravità. Test fondamentale, tra l’altro, per capire come, sulle future stazioni spaziali, si poteva far fronte ad un incendio a bordo. Dal punto di vista del principio fisico, tutto aveva funzionato generando elettricità, secondo le previsioni e le idee di Giuseppe Colombo. Il satellite rimaneva in orbita fino al 19 marzo e poi si disintegrava nell’atmosfera sopra l’Atlantico.

La NASA e l’ASI erano intenzionate a continuare altre sperimentazioni, in particolare connesse alla Stazione Spaziale Internazionale. Una, fornita di un cavo non conduttore di cento chilometri, immaginava una discesa verso l’atmosfera terrestre indagandone gli strati bassi, dove un satellite non potrebbe sopravvivere, perché la resistenza lo avrebbe fatto precipitare in fretta. E gli studi restano attuali, e potrebbero diventarlo ancora di più quando si progetterà la prima astronave per Marte: collegando due astronavi ad un lungo cavo infatti, si verrebbe a creare un gradiente di gravità tale da permettere agli astronauti non più di fluttuare a gravità zero, ma di «camminare» ne loro veicolo spaziale. In questo modo, arriverebbero su Marte in buone condizioni fisiche , e non certo provati da mesi di viaggio in zero gravità.

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