Salvini, il tour delle gaffe da Bibbiano a Voghera e Rogoredo

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MILANO. Luglio 2021, Voghera. L’assessore alla sicurezza leghista, Massimo Adriatici, spara e uccide Youns El Boussettaoui. Nel giro di poche ore Matteo Salvini interviene parlando di «legittima difesa» e ribadendo che chi si difende non può essere trattato come un criminale. Sono i mesi del governo di larghe intese guidato da Mario Draghi. Salvini, che ha già fatto cadere il governo giallo-verde dal Papeete, conserva intatta la memoria dell’incarico al Viminale, come del resto oggi. Il suo partito ha fatto della sicurezza e dell’allargamento della legittima difesa un elemento identitario. Difendere Adriatici, almeno nelle prime ore, significa difendere la linea. Il problema è che le indagini non confermano la dinamica suggerita. Prima della condanna in primo grado di ieri, a 12 anni, erano già emersi i dubbi sulla proporzionalità della reazione, concretizzatisi in un’accusa di eccesso colposo di legittima difesa. La narrazione si fa presto meno categorica. L’ex ministro dell’interno deve abbassare il volume: non più una “assoluzione” preventiva, ma un generico richiamo alla fiducia nella magistratura. Altri tempi. Il referendum sulla Giustizia è di là da venire.

A Rogoredo, lo scorso gennaio, lo schema si ripete. Dopo un intervento di polizia conclusosi con un morto, Salvini scrive di stare «dalla parte dell’agente senza se e senza ma», lancia dai suoi canali social una campagna di supporto: «Io sto col poliziotto». Poi denuncia un clima in cui «chi indossa una divisa è sempre sotto accusa». È una frase gradita al suo elettorato. Ma quando l’inchiesta fornisce nuovi dati rispetto alla prima ricostruzione – l’origine della pistola messa accanto al corpo del pusher, l’ammissione di responsabilità da parte dell’agente – la formula diventa un boomerang. La posizione del vicepremier si trasforma: «Chi sbaglia paga, se in divisa il doppio». Siamo ora lontani dal “senza se e senza ma”. E il passaggio non è solo semantico. La vicesegretaria leghista Silvia Sardone, cercando di attenuare la giravolta, cancella dai suoi social il video di solidarietà al poliziotto. Ma l’eliminazione del contenuto non passa inosservata.

Il caso Bibbiano, per Salvini, è forse ancor più esemplare. Nell’estate del 2019, in piena crisi di governo giallo-verde, viene aperta l’inchiesta “Angeli e demoni” su presunti illeciti negli affidi minorili da parte dei servizi sociali della Val d’Enza. L’indagine ipotizzava un sistema per allontanare bambini dalle famiglie, manipolandone le testimonianze a vantaggio di privati. Salvini è tra i primi a parlare del “partito di Bibbiano”, accusando il Pd di aver trasformato gli affidi in un sistema. «Non finisce qui», promette. Il 16 settembre di quell’anno, sul palco del raduno leghista di Pontida, esibisce una “bimba di Bibbiano” e annuncia: «Mai più bimbi rubati alle famiglie». L’inchiesta sugli affidi diventa un’arma politica nella campagna elettorale in Emilia-Romagna. Con il tempo, però, l’impianto accusatorio si ridimensiona, alcune accuse cadono, il quadro si complica, le responsabilità restano individuali e non di sistema. Le assoluzioni sono molte. Salvini è così costretto a riporre in archivio la vicenda.

Il tratto comune di questi episodi è la scelta politica di esporsi subito, con parole che non lasciano spazio a sfumature. È una strategia coerente con una comunicazione divisiva e muscolare. Funziona nell’immediato, agita il consenso, occupa spazio mediatico. Ma espone anche a dei rischi: quando le inchieste si allungano e l’emozione iniziale sfuma, quando emergono dettagli imprevisti, quando le sentenze non confermano lo schema iniziale, quelle stesse parole diventano ingombranti. La memoria digitale, però, a differenza di quella umana non dimentica. Così, la politica che aveva scelto la linea dura è costretta a una nuova giravolta.

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