Trump rompe il silenzio e chiama Zelensky, verso il trilaterale con Mosca. L’UE accelera sui fondi nonostante il veto di Orbán
Il silenzio, nel giorno del quarto anniversario della guerra, non era passato inosservato. Ma 24 ore dopo, anche Donald Trump ha fatto un passo sull’Ucraina con un nuovo colloquio telefonico con Volodymyr Zelensky, rivelato da Axios. Lo scambio avviene alla vigilia del bilaterale tra Ucraina e USA previsto a Ginevra, dove sono attesi i “dioscuri” di Trump per le crisi internazionali, Steve Witkoff e Jared Kushner, insieme al capo negoziatore di Kiev, Rustem Umerov. L’incontro potrebbe essere il preambolo a un nuovo trilaterale, sempre nella città svizzera, con la controparte russa. Sebbene gli ultimi due round abbiano consegnato un sostanziale stallo, la telefonata di Trump potrebbe indicare un possibile scatto in avanti nel percorso negoziale. Il tono e l’esito del colloquio tra il presidente americano e Zelensky non sono emersi con chiarezza. Per Kiev resta pressoché intatto il nodo dei territori: nella sua posizione negoziale, l’Ucraina ha finora ribadito il proprio “no” alla cessione del Donbass e di Zaporizhzhia, chiesta da Mosca con il beneplacito di Washington. Sul tema, l’Unione Europea di fatto non si esprime: “Sui territori la decisione spetta solo a Zelensky”, è il refrain che si ripete a Bruxelles.
L’UE è invece pronta a intervenire in una seconda fase delle trattative. Adesione di Kiev all’Unione, sanzioni contro Mosca e garanzie di sicurezza sono i punti sui quali l’Europa vuole dire la sua. A Bruxelles si sta facendo spazio l’idea che, prima o poi, con il Cremlino si dovrà parlare: “Ad un certo punto dovremo organizzarci”, spiega una fonte qualificata vicina al dossier, lasciando aperta l’ipotesi di un inviato speciale UE.
Il nuovo round tra USA, Ucraina e Russia non è stato ancora confermato. Nel frattempo, nella riunione convocata per il quarto anniversario del conflitto, la “coalizione dei volenterosi” ha ribadito la piena disponibilità a offrire solide garanzie a Kiev. “C’è un impegno forte”, spiegano fonti presenti alla riunione, osservando come la coalizione stia cementando un formato composto da Europa, Canada, Giappone, Nuova Zelanda e Australia; un assetto nel quale gli USA restano imprescindibili ma, allo stesso tempo, meno integrati che in passato.
Alla riunione hanno partecipato da Kiev anche Ursula von der Leyen e Antonio Costa, dopo un trilaterale con Zelensky focalizzato su energia e riforme per l’adesione. Al tavolo, però, sedeva un “convitato di pietra”: Viktor Orbán. Lo stop dell’Ungheria al prestito da 90 miliardi — oltre a violare la decisione presa dal summit dei 27 a dicembre — è destinato a essere uno dei dossier più caldi delle prossime settimane.
I vertici UE, da un lato, agevoleranno le forniture di petrolio alternativo per Budapest finché l’oleodotto Druzhba sarà fuori uso; dall’altro, tireranno dritto sul prestito a Kiev. L’obiettivo è concretizzare l’esborso entro il summit UE di marzo, senza aspettare il voto in Ungheria del 12 aprile. Una scadenza cruciale per Orbán e per l’Europa intera, in vista della quale il premier magiaro ha accentuato gli attacchi a Bruxelles e le accuse a Kiev. Strategia che, tuttavia, parrebbe non pagare: secondo l’istituto demoscopico Median, l’opposizione guidata da Péter Magyar sarebbe al 55%, venti punti sopra Fidesz.
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