La tanto evocata, rimandata e temutissima ennesima guerra in Medio Oriente è esplosa all’alba di ieri. Non come un incidente, ma come l’esito di una tensione che da settimane covava sotto la superficie dei comunicati ufficiali. Da Teheran la risposta è arrivata quasi immediata, segno che l’ipotesi di un attacco era considerata concreta da tempo, nonostante i segnali pubblici lasciassero intravedere spiragli negoziali invero poco credibili.
La diplomazia, in realtà, non aveva mai davvero rassicurato la leadership iraniana. Il precedente di giugno – quando Israele colpì nel pieno di un processo negoziale – aveva lasciato un messaggio inequivocabile: i tavoli possono saltare da un momento all’altro, soprattutto se la Repubblica islamica dell’Iran non è disponibile ad accettare tutte le clausole imposte da Washington e da Tel Aviv. In una parola, resa, senza condizioni. Anche questa volta la finestra diplomatica si è chiusa bruscamente. Più che una rottura improvvisa, è stata una scelta di priorità: la logica della forza ha superato quella del compromesso. Ma l’escalation non riguarda soltanto Israele e Iran.
SPAZIO AEREO CHIUSO
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A CURA DELLA REDAZIONE
Quando Teheran risponde colpendo asset americani nella regione, il conflitto smette di essere bilaterale e investe direttamente l’architettura di sicurezza del Golfo dove la presenza militare americana è estesa e strutturale. Gli Stati Uniti dispongono di almeno otto installazioni strategiche in sei Paesi del Golfo: Al-Udeid in Qatar; Al-Dhafra negli Emirati; la Quinta Flotta in Bahrein; Camp Arifjan e Ali Al-Salem in Kuwait; la Prince Sultan Air Base in Arabia Saudita; infrastrutture logistiche in Oman. Una rete che garantisce proiezione aerea e navale sull’intero quadrante mediorientale.
È in questo contesto che la crisi assume una dimensione ulteriore e molto più insidiosa. Gli Stati del Golfo si ritrovano esposti come potenziali bersagli pur non essendo e non volendo essere parte diretta dello scontro. A Riyadh, Abu Dhabi, Doha e Mascate i governi guardano con evidente preoccupazione agli sviluppi. Il lessico è misurato ma fermo. Il denominatore comune è chiaro: nessuno nel Golfo vuole un conflitto aperto. Le monarchie hanno cercato nelle scorse settimane di contenere l’escalation ma nulla hanno potuto davanti alla “Furia epica” di Trump, e soprattutto di Netanyahu.
IL PERSONAGGIO
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L’Arabia Saudita si trova nella posizione più delicata. Pur condannando formalmente gli attacchi iraniani come violazione della sovranità, Riyadh non vuole né un conflitto regionale né un collasso dell’Iran che destabilizzerebbe l’equilibrio globale. Dal 2023 l’Arabia Saudita aveva avviato un percorso di riavvicinamento con Teheran, culminato nella ripresa delle relazioni diplomatiche e in una fase di dialogo prudente dopo anni di confronto indiretto e guerre per procura.
Riyadh aveva scelto di esplorare un modus vivendi con Teheran, puntando a ridurre la conflittualità senza ridisegnare con la forza l’architettura regionale: la priorità saudita era stabilizzare, non incendiare ulteriormente il quadrante. Il Qatar, che ospita la base americana di Al-Udeid, mantiene una posizione analoga. Doha ribadisce la centralità della sicurezza nazionale e della stabilità regionale, ma conserva al tempo stesso un canale pragmatico con Teheran. È un equilibrio delicato: proteggere la partnership con Washington senza compromettere la relazione con l’Iran.

L’Oman, mediatore tra le parti, insiste sulla necessità di evitare un allargamento del conflitto e di riportare la crisi su un binario diplomatico. Nel mare di reazioni c’è però una sfumatura diversa: gli Emirati Arabi Uniti. Più allineati alla postura di contenimento verso l’Iran e partner strategici di Israele, sembrano meno inclini a una neutralità esplicita.
L’idea che una fase di pressione possa produrre un riequilibrio definitivo non è estranea a parte dell’establishment emiratino. Ma anche qui il quadro è meno lineare di quanto sembri: Abu Dhabi non è Dubai. Se la capitale federale mantiene una postura più marcata sul piano strategico, Dubai resta profondamente intrecciata ai flussi commerciali con Teheran e dipendente dall’economia dei servizi e del turismo. Un attacco diretto, come quello che ha colpito la monumentale struttura residenziale del The Palm, non è solo un segnale militare: è un potenziale colpo alla credibilità di un modello economico fondato sulla stabilità.
Colpisce un altro elemento: l’attacco iniziale è partito dalla Giordania, non dalle basi americane situate negli altri Paesi del Golfo. Amman si trova in una posizione ancora più fragile, ostaggio della questione palestinese e della guerra a Gaza, con una pressione interna altissima e un equilibrio delicatissimo tra sicurezza, opinione pubblica e alleanze strategiche. La monarchia hashemita è esposta più di altri e paga il prezzo della sua collocazione geografica e politica.

Dal punto di vista iraniano, una volta aperto il conflitto, avere di fronte Paesi neutrali o apertamente ostili cambia poco nella dinamica strategica complessiva. Ciò che conta è la capacità di reazione e la postura militare. Per Teheran, colpire assetti americani nella regione significa segnalare che la guerra non resterà confinata al proprio territorio. In questa logica, attaccare il Golfo non è un incidente ma una necessità strategica: una mossa coerente con la dottrina della deterrenza asimmetrica.
Dal loro punto di vista, non c’erano alternative. Se la rappresaglia iraniana restasse confinata a obiettivi militari statunitensi, l’escalation rimarrebbe dentro un perimetro strategico. Ma il timore, nelle capitali del Golfo, è un progressivo allargamento verso infrastrutture energetiche, snodi portuali e rotte marittime nello Stretto di Hormuz, già chiuso dai Pasdaran, snodo cruciale del traffico petrolifero mondiale, da sempre leva strategica dell’Iran nei momenti di crisi.
La sfida per i Paesi del Golfo oggi è duplice: difendere la propria sovranità e impedire che il proprio territorio diventi il campo di battaglia di altri. In un Medio Oriente dove la deterrenza ha ripreso il sopravvento sulla diplomazia, il margine di errore si assottiglia. E il Golfo sa che, una volta superata una certa soglia, contenere l’incendio potrebbe non essere più possibile.
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