La festa è finita e una guerra è iniziata. Il Sanremo più cheto di sempre (va bene, di sempre no, ma degli ultimi anni sì), ha preso avvio nel giorno del quarto anniversario dell’invasione russa in Ucraina e si è concluso il primo giorno dell’attacco israelo-americano all’Iran. Una coincidenza che dice molto della tutt’altro che splendida cornice in cui siamo stretti e costretti. Ci muoviamo, da anni, tra una guerra e l’altra, un crollo e un altro, un cataclisma e una pandemia, e sarebbe sbagliato non tenerne conto, mentre facciamo il bilancio del festival che meno di tutti è riuscito a sollevarci, coinvolgerci, spensierarci. Il primo della Storia che ha fallito la sua missione costitutiva: per una settimana, sospendere la realtà, inondarci la vita di fiori e illuderci che si possa vivere di bel canto. Un festival al quale siamo arrivati stremati, tanto dal buio verso il quale s’instrada il futuro di tutti, quanto dalla luce stroboscopica nella quale ci forziamo a stare e rifulgere per dimenticare il baratro.
Carlo Conti è parso disinteressato al festival, e forse lo è stato davvero: e noi? Ci va ancora di emozionarci? Forse sì. Ci riusciamo? Forse no.
La congiuntura, in questo, ha il suo peso, ma più ancora lo ha quello che facciamo per dimenticarla. «Questa sera ci troviamo dentro una grande contraddizione: da una parte dobbiamo festeggiare il vincitore, dall’altra non possiamo ignorare quello che accade nel mondo», ha detto Carlo Conti nei 5 minuti che hanno aperto l’ultima serata del festival: una contraddizione molto simile a quella di cui parlò Emanuela Fanelli, all’ultimo festival del cinema di Venezia, quando spiegò le ragioni che l’avevano spinta a non esporsi sul genocidio in corso a Gaza. Una contraddizione che è la linfa del benessere occidentale, e del mezzo che lo realizza: il capitalismo. Infine, una contraddizione che abbiamo portato al parossismo e che, adesso, comincia a produrre un rigetto silenzioso, lento ma inesorabile, ben visibile nel distacco dai riti collettivi, dall’incapacità e forse nell’impossibilità di sentirci uniti in qualcosa di universale, nel tramonto del divertimento, nella domesticità delle nostre vite e, per paradossale che possa sembrare, in tutti i dispositivi che adottiamo per fingere l’esatto contrario. Non accettiamo che tutto sia trascolorato e allora carichiamo il linguaggio di superlativi (è tutto super, top, stra); andiamo a caccia di “esperienze” (gli stra ricchi, scriveva qualche tempo fa l’Economist spendono in “esperienze esclusive” più che in beni di lusso); ci diciamo continuamente “emozionati”, e più lo diciamo e meno lo siamo. Non c’è stato artista del festival che non abbia sottolineato quanto fosse emozionato, in premessa e chiusura di qualsiasi ragionamento, manifestazione pubblica, espressione di sé, dall’esibizione alla conferenza stampa all’intervista rubata al tavolo del Flipper (mitico ristorante di pesce a pochi passi dall’Ariston, quello dove, due Sanremo fa, Geolier, Guè, Luchè e Gigi D’Alessio si fecero filmare mentre mangiavano spaghetti ai ricci di mare dallo stesso piatto). Tutti tanto “carichissimi” quanto incapaci di caricare il pubblico, travolgerlo, portarlo altrove. Sal Da Vinci fa eccezione soltanto perché, quando dice «accussì», si sente anche l’eco di uno sparo o di una bomba (che nelle sue intenzioni è, invece, il rumore dell’apposizione del sigillo eterno).
il dopo conti
De Martino condurrà Sanremo nel 2027, Conti gli passa il testimone in diretta sul palco
A CURA DELLA REDAZIONE
Quanto potevamo credere che durasse questa recita collettiva? La prima, evidentissima crepa è in questo festival, nelle sue canzoni che non ci entrano in testa, o che se ci entrano poi escono, e che nella maggior parte dei casi non parlano di niente: sono descrizioni di sentimenti farciti di retorica, stucchevoli, impepati senza sale. Sta qui la ragione profonda per la quale ostinarsi a proporre un festival senza polemiche, senza asperità, senza temi, senza scontri, e insomma il festival di un “Paese senza”, come era l’Italia degli anni Ottanta secondo Arbasino, non funziona più: se prima volevamo l’anestesia, ora abbiamo bisogno di rianimazione.
Non abbiamo più la notte per farlo e in cui nasconderci perché la notte è diventata un reato: l’aggregazione dopo le dieci è bivacco, movida, disturbo della quiete pubblica. I ragazzi vanno a ballare all’ora del brunch, di domenica, e tornano a quella dell’aperitivo, e ci vanno accompagnati da mamma e papà: è il soft clubbing, un incubo per chiunque sia nato tra il 1950 e il 1990 e un paradiso per i successivi.
Sanremo non è affatto il pullulare di feste notturne e diurne che ha denunciato Elettra Lamborghini: le feste sono poche, sottotono pur quelle (quella del Rolling Stone, ogni anno la più attesa, è finita all’una ed è stata una delusione per tutti quelli che ci sono andati), assai poco danzanti, e più che per divertirsi ci si va per farsi vedere e, più ancora, per dire a se stessi di esserci stati, aver timbrato il cartellino, vidimato l’esperienza, quasi sempre si tratta di party brandizzati (c’è qualcosa a questo mondo che non lo sia, a parte il pranzo della domenica a casa di nonna e nonno, per chi li ha?), e dove c’è brand c’è controllo, e dove c’è controllo è più facile che si imploda piuttosto che si esploda.
Diceva Oliviero Toscani che le cose succedono quando non le programmi, e noi, invece, di programmi viviamo. Non c’è modo di improvvisare niente e non si può fare festa senza neanche una sorpresa. Coerentemente, all’Ariston, quest’anno non è successo niente. Niente.
Tra poco più di un mese è Pasqua e poco meno si vota, due mesi fa era Natale e due settimane fa c’erano le Olimpiadi: Sanremo sta in mezzo alle guerre e in mezzo ai grandi eventi, praticamente incessanti, di cui i nostri calendari sono costellati. Una ritualità sfinente che non sembra avere molto futuro e che ci ha salassati, anche se non ne siamo ancora consapevoli, o lo siamo a diverse intensità.
Carlo Conti, la Rai, il governo, lo spirito del tempo ci hanno messo del loro e noi ci abbiamo messo del nostro: insieme, ultimamente, la sola cosa che sembriamo essere stati capaci di fare è stata far fallire le feste. Ecco il tragico prezzo che paghiamo per aver esiliato e zittito il mondo queer, l’unico ancora desideroso di festeggiare, l’unico in grado di allargare la realtà (cos’è una festa se non una possibilità nuova che nasce?).
L’Ariston, senza quel mondo e la sua voce, è stato un binario triste e solitario. Lomstesso in cui ci apprestiamo a vivere, e dove saremo io, e te, accussì.
Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it










