Le voci del Comala

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“Pedro Páramo” è il primo libro che ho letto nel 2026.

Sapevo che era il romanzo preferito del mio amato Márquez, e non potevo rimandarne ancora la lettura.

La trama non segue un piano temporale lineare. Si rimane sospesi nell’incertezza sognante di Comala, dove Juan Preciado giunge alla ricerca di Pedro Páramo, il padre che non ha mai conosciuto. Seppur il paese sia ormai abbandonato, il protagonista è circondato da presenze e sussurri provenienti da un altrove, e la dimensione di vita e di morte si intrecciano in una tensione malinconica, sofferente e dolce al tempo stesso.

Solo qualche giorno fa ho realizzato che Comala non è soltanto il paese immaginato da Juan Rulfo, ma anche il nome dell’associazione culturale – e di conseguenza dello spazio – dell’ex caserma Lamarmora, che il Comune di Torino ha deciso di chiudere assegnando la vincita del bando per l’utilizzo dei locali alla “cordata” capitanata da SIT.

Ammetto di non essere una frequentatrice assidua del Comala, non per antipatia ma per geografia, abitavo dalla parte opposta della città. Mio fratello invece sì: durante l’università usufruiva delle aule studio per preparare gli esami di ingegneria, partecipava ai concerti e alle serate cinema, ed era diventato il punto di ritrovo per le serate con i suoi amici. È stato lui a portarmi lì la prima volta, e ricordo che mi aveva stupita l’atmosfera vivace, rilassata, naturale, inclusiva. Mi sono sentita molto più a mio agio tra quelle risate, sotto agli alberi e bevendo birra da un bicchiere di plastica riutilizzabile, che in un dehor dei quartieri della movida.

Comala è una realtà unica all’interno del panorama torinese. Non solo produce cultura, è anche perno di aggregazione, fondamentale in un’epoca in cui modelli di frammentazione e individualismo estremi offuscano il significato e l’importanza di una visione e di una percezione collettiva della nostra società.

“Lo spazio l’ha fatto il quartiere, non l’abbiamo fatto noi” afferma il presidente dell’associazione Andrea Pino – a cui, assieme aə lavoratorə e alla comunità del Comala esprimo tutta la mia solidarietà- in uno dei video che ha pubblicato sull’account Instagram dell’associazione (@comalacommunityhub) per spiegare in maniera limpida i “motivi” della chiusura e l’identità di coloro che (speriamo di no) prenderanno il loro posto.

A sostegno del Comala è stata indetta una petizione online che ha raccolto più di ventimila firme. Una risposta eloquente, assieme alle rimostranze dei giorni passati, da parte delle persone che da dieci anni frequentano il Comala, e che sui social continuano a scrivere messaggi di una solidarietà commovente, “è la mia casa”.

Quindi chiedo, forse con troppa ingenuità, al Comune di Torino: perché volte privare noi cittadinə di uno spazio di aggregazione sana e di un centro culturale che rispecchia e risponde al volere e ai bisogni della nostra città, imponendo una nuova gestione, per di più a candidati altamente discutibili?

Con la speranza che il Comala non diventi luogo di sussurri, ma rimanga uno spazio di voci.

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