La furia iraniana: raffinerie, impianti gas e petroliere, i Pasdaran incendiano le rotte energetiche

0
2

Nel terzo giorno dell’operazione “Epic Fury-Ruggito del Leone” l’Iran intensifica la controffensiva e allarga il raggio degli attacchi, puntando a coinvolgere numerosi Paesi arabi. Missili balistici, droni e razzi attraversano i cieli del Golfo, puntando Israele e obiettivi statunitensi, raffinerie, impianti del gas, petroliere, contro un arco di monarchie sunnite che ospitano basi e assetti occidentali. Il Medio Oriente va in fiamme.

La scelta è politica prima ancora che militare: trascinare nel conflitto gli Stati della regione alleati di Washington, alzare il prezzo della loro cooperazione con gli Usa, spingere la regione verso una polarizzazione che renda impossibile ogni neutralità.

Ma anche Teheran è messa a ferro e fuoco da centinaia di bombe dell’Idf, mentre tutto il Paese è investito da raid condotti da Israele e Stati Uniti. L’aviazione israeliana bersaglia il quartier generale politico, sedi della pubblica sicurezza e stazioni di polizia, sistemi antiaerei. La capitale è al buio. Esplosioni sono state segnalate nei pressi dell’impianto nucleare di Isfahan, dove il regime nasconde le sue scorte di uranio arricchito al 60%. Anche l’impianto di Natanz sarebbe stato sotto attacco. Secondo la Mezzaluna Rossa locale si contano almeno 555 morti in Iran da sabato. Il segretario del Consiglio supremo per la Sicurezza nazionale Ali Larijani, nuovo uomo forte del Paese, tuona: l’Iran «non negozierà», è pronto a «una guerra lunga». In un messaggio su X scrive: «Difenderemo fieramente noi stessi e la nostra civiltà antica di 6mila anni e faremo pentire i nemici dell’errore di calcolo». I Pasdaran assicurano di avere abbattuto «500 obiettivi». E avvertono che gli Usa «non saranno più al sicuro».

Si contano e verificano le vittime nella leadership del Paese: la morte dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad è ancora avvolta dall’incertezza; mentre è stato confermato che la moglie di Ali Khamenei, Mansoureh Khojasteh Bagherzadeh, è deceduta dopo essere rimasta ferita nei raid di sabato. E si guarda con particolare attenzione all’Ayatollah Alireza Arafi, 65 anni, secondo vice presidente dell’Assemblea degli Esperti, il religioso favorito per la successione di Khamenei: si rincorrono voci sulla sua possibile uccisione.

La rappresaglia dei Pasdarano si manifesta anche con un drone programmato contro la raffineria di petrolio di Ras Tanura, in Arabia Saudita. Mentre in Qatar le difese aeree sono entrate in azione per neutralizzare velivoli diretti verso siti sensibili operativi a Ras Laffan, dove si trova il più grande impianto al mondo, e Mesaieed. Doha risponde abbattendo due caccia di Teheran. Risultato: Qatar e Arabia Saudita chiudono i loro principali impianti di gas naturale liquefatto (Gnl) e petrolio.

In Kuwait arriva una pioggia di missili che colpisce aree industriali e infrastrutture energetiche, con danni a una raffineria e a una centrale elettrica. In Bahrein detriti di un ordigno intercettato precipitano su un’area portuale provocando un incendio e vittime tra i lavoratori. In Oman la petroliera Mkd Vyom è stata attaccata da un’imbarcazione carica di esplosivo: ha perso la vita un membro dell’equipaggio.
Riad, Manama, Amman, Doha, Kuwait City e Abu Dhabi, finite sotto il fuoco iraniano, in un documento congiunto con Washington affermano «il diritto di autodifesa», evocando una «rappresaglia».

In Israele, il terzo giorno di guerra è ancora scandito da allarmi e boati frequenti. Anche se, a differenza della prima, le notti trascorrono tranquillamente. Ma gli effetti del conflitto si vedono: ieri 19 persone sono rimaste ferite dopo che un missile balistico iraniano ha colpito Beersheba, nel sud. Anche qui, come a Beit Shemesh e Gerusalemme nei giorni scorsi, gli effetti sono devastanti: strutture crollate, strade divenute crateri, fiamme e fumo. Domenica sera un missile iraniano che è riuscito a bucare la difesa israeliana si è abbattuto alle porte di Gerusalemme, su una delle vie d’accesso alla città, creando un’immensa voragine nel suolo. Alcuni veicoli che erano in transito vi sono caduti dentro. Sei i feriti. Nella città santa si continuano a udire boati fortissimi, che fanno tremare le finestre. Continuo l’appello a non lasciare i rifugi. Ieri è stata anche la giornata del lutto per le nove persone rimaste uccise a Beit Shemesh.

Un’inchiesta dell’Home Front Command ha rivelato che la maggior parte delle persone che si trovavano nel rifugio al momento dell’attacco è sopravvissuta, sebbene il missile abbia causato ingenti danni al “mikhlat”, mentre la maggior parte delle persone che hanno perso la vita si trovavano all’esterno. Netanyahu (e poi il presidente Herzog) si è personalmente recato a Beit Shemesh a estendere le sue condoglianze alle famiglie delle vittime, smentendo così la notizia diffusa da fonti iraniane che sarebbe stato vittima o ferito in un attacco.

Il premier ha affermato che l’attuale campagna Usa-Israele contro l’Iran mira «a liberarci dal tentativo di rinnovare le minacce esistenziali contro di noi, e l’abbiamo intrapresa anche per creare le condizioni affinché il coraggioso popolo iraniano si liberasse dal giogo della tirannia». Intanto l’esercito israeliano ha notato come ci sia stato un cambiamento nella natura e nel ritmo dei lanci di missili dall’Iran nel corso di questi tre giorni. Siamo passati da un sistema chiamato di fuoco “a goccia” in cui cioè venivano lanciati pochi missili alla volta ma a distanza temporale ravvicinata, a un sistema diverso, in cui i lanci avvengono a distanza anche di diverse ore (quindi con pause anche lunghe) ma con cui vengono lanciati molti missili contemporaneamente, anche fino a 30, questo per avere maggiori chance di “bucare” la difesa israeliana.

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it