Il cortocircuito delle regole Ue

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Nel 2025, il deficit è stato pari al 3,1%, un decimale in più rispetto alle stime del governo. Lo scostamento è minimo e – in condizioni normali – non ne avremmo neppure dato conto. In questa fase, tuttavia, assume una certa rilevanza. Raggiungere già da quest’anno la soglia del 3% avrebbe consentito all’Italia di uscire dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo aperta nel 2024 – insieme ad altri Paesi, a cominciare dalla Francia, con un anno di anticipo.

Il Governo si era posto questo obiettivo così da poter sfruttare al meglio la flessibilità prevista dalle nuove regole per finanziare a debito eventuali spese aggiuntive per la difesa. Le opzioni a disposizione sono due. In primo luogo, è possibile usare la clausola di salvaguardia che consente di emettere debito nazionale per un massimo dell’1,5% del Pil: l’hanno attivato 17 Paesi, inclusa la Germania; l’ultima è stata l’Austria la scorsa settimana. In secondo luogo, si può ricorrere al programma Safe (Security Action for Europe) – che replica il modello Sure (Support to mitigate Unemployment Risks in an Emergency) introdotto durante la pandemia per finanziare la cassa integrazione. In questo caso, si tratta di prestiti garantiti dagli Stati europei per sostenere spese per la difesa. Il budget complessivo è di 150 miliardi e la durata prevista è di quattro anni. Questa ultima strada è per noi più conveniente: il costo del nostro debito è certamente sceso, ma resta ancora più elevato di quello europeo.

Attenzione però: in entrambi i casi, si tratta di nuovo debito che si somma a quello già esistente. Con l’aumento delle spese in difesa cresce il rischio di superare il target del 3%. Ed è proprio qui che emergono le incongruenze delle nuove regole. Se un Paese non è sotto procedura per deficit eccessivo e utilizza il SAFE, non entra automaticamente in procedura. Se invece la procedura è ancora aperta, l’attivazione del SAFE non ne comporta la chiusura: si resta all’interno del regime correttivo. In altre parole, l’uso della clausola non cancella una procedura già in corso. Per fare un esempio: se si parte da un deficit del 2,9% e si sale al 4 utilizzando la clausola, non viene aperta una procedura; se invece si parte dal 3,1% e si arriva al 4%, si rimane sotto procedura.

Un’anomalia difficile da giustificare, una trappola più volte denunciata (e a ragione) dal ministro Giorgetti, che evidenzia la fragilità del nuovo impianto. Lo abbiamo scritto più volte su questo giornale: quelle regole non andavano firmate, perché il compromesso finale ha prodotto un sistema complesso, discrezionale e, come si vede in questo caso, intrinsecamente irrazionale. Ormai, però, questo è il quadro e va rispettato.

L’Italia si trova dunque in una situazione scomoda: deve finanziare nuove spese per la difesa e, allo stesso tempo, uscire dalla procedura per deficit eccessivo, perché questo rappresenta – anche agli occhi di chi acquista il nostro debito – la prova della solidità di un nuovo corso improntato alla stabilità e al rigore fiscale. È vero che i dati potrebbero essere rivisti a fine mese. Tuttavia, la lezione da trarre sin da ora è che questo risultato è il frutto di una politica economica di breve respiro che ha confuso gli strumenti con gli obiettivi. La stabilità è diventata un obbiettivo quando invece dovrebbe essere uno degli strumenti per raggiungere il vero obiettivo che la crescita. Che, infatti non c’è.

Il 2025 si chiude con una variazione del Pil dello 0,5, due decimali in meno rispetto alla precedente previsione dell’Istat. Non si tratta di un episodio isolato, ma di una tendenza: il risultato è inferiore a quello del 2024 (0,8%) e al 2023 (0,9%). Tale dinamica non deve sorprendere. In questo Paese non si parla più di crescita: non lo fa il Governo e non lo fa l’opposizione. Sembra che si sia rinunciato a crescere e si preferisca galleggiare. Occorre invertire la rotta, destinando la spesa pubblica dove serve davvero, evitando tagli lineari che equivalgono a sottrarsi alla responsabilità di scegliere. Dove investire? I dati parlano chiaro: a dicembre, ancora una volta, sono aumentati gli inattivi tra i 15 e i 49 anni, mentre sono diminuiti tra gli over 50. I giovani, in sostanza, non cercano più lavoro. È necessario puntare sul capitale umano, cioè su formazione e istruzione. Con una crescita dello 0,5%, il Paese è sostanzialmente fermo, ma ciò non significa che resti immobile: va dritto, lentamente (forse), verso il declino.

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