«Stavo facendo il militare a La Spezia, quando ho avuto la prima licenza abbiamo deciso, con altri quattro amici, di andare a farci un giro a Roma. Uno di noi aveva lavorato con Bolognini, così, appena arrivati, lo ha chiamato e siamo andati a salutarlo, c’erano varie persone, anche Francesco Rosi, e poi Franco. Il primo impatto con lui è avvenuto lì». Pippo Pisciotto Zeffirelli, nato ad Agrigento nel 1948, è uno dei due figli adottivi del grande maestro scomparso (l’altro si chiama Luciano Bacchielli), si sono conosciuti nel 1969, e adesso, al centro della sua vita piena di incontri straordinari, c’è l’impegno nella Fondazione Franco Zeffirelli cui da quest’anno si è aggiunta l’istituzione di un Premio, la cui prima edizione si è appena svolta a Firenze: «La Fondazione è stato il suo ultimo sogno».
Quando avete iniziato a frequentarvi?
«Il giorno dopo quell’incontro, Franco ha voluto vedermi, mi fece un sacco di foto bellissime, le conservo ancora. Poi la settimana seguente ha avuto l’incidente d’auto con Gina Lollobrigida, i giornali ovviamente ne parlarono tantissimo, ho saputo che era ricoverato a Roma e gli ho scritto una lettera dicendogli che mi dispiaceva, da allora siamo rimasti sempre in contatto».
Il maestro aveva in mente di farla diventare attore?
«In un primo momento sì, mi ha anche fatto fare un provino. Stava preparando La traviata, un film che poi non si è fatto, Franco mi ha chiesto di prepararmi a dare le battute alla protagonista, invece, una volta sul set, sono stato truccato e vestito da Piero Tosi e sbattuto davanti alla macchina da presa. Non me l’aspettavo, ero molto timido, al primo ciak dovevo parlare per primo e dalla mia bocca non è uscito nemmeno un fiato…».

E Zeffirelli che disse?
«Dopo, con uno sforzo enorme, riuscii a parlare… poi però, quando siamo andati in sala di proiezione tutti insieme a vedere la scena, con la troupe presente al completo, Franco si è girato verso di me e ha detto “spero che tu non abbia mai pensato di fare l’attore”».
Ci è rimasto male?
«No, non era mia intenzione recitare, ero appassionato di cinema, questo sì, guardavo i film tutti i lunedì, sulla Rai e andavo al cinema ogni domenica, ma ad essere attore no, non ci pensavo proprio. Da allora ho iniziato a seguire le riprese facendo altro, prima portavo il copione, poi, poco per volta, sono diventato aiuto-regista, la prima volta nel Gesù di Nazareth, ho continuato con Coppola, in Cotton Club, con Ivory, in Camera con vista, e dopo mi sono occupato anche di produzione. Franco litigava spesso con gli aiuto- regista, finiva che li cacciava, e io subentravo».
Come è nata l’idea dell’adozione?
«Il maestro, in realtà, avrebbe voluto adottarmi subito, ma ho dovuto aspettare, non volevo chiederlo ai miei, soprattutto a mio padre, siciliano, immagina che shock, che ferita gli avrebbe provocato una richiesta del genere… Poi è successo che mio padre sia morto di leucemia, Franco mi ha fatto di nuovo la proposta, abbiamo parlato con mia madre, che ha acconsentito, era contenta. In quell’occasione Franco adottò sia me che Luciano. Mi ci è voluto un bel po’ per abituarmi a portare il nome di Zeffirelli, ma lui ci teneva tanto, voleva che tenessimo vivo il suo cognome».


Com’era Franco Zeffirelli?
«Una persona estremamente generosa, uno che non trattava mai male le persone semplici, magari trattava male un attore e pure una star, ma non un cameriere. Anche se era un divo, restava umile, non era snob, non se la tirava, e dire che ha sempre avuto a che fare con i più grandi nomi dell’opera e del cinema. Per me è stato tutto, il nostro rapporto è durato 55 anni, mi ha cambiato la vita, mi ha fatto conoscere un universo affascinante».
Zeffirelli aveva un carattere polemico, faceva dichiarazioni clamorose, litigava spesso. Come viveva questo lato della sua indole?
«I fiorentini sono polemici di nascita, e Franco era molto agguerrito, non accettava compromessi, aveva le sue idee, in politica, nello sport. Ha sempre fatto quello che aveva in testa di fare, diceva di no anche alle major, credo che si sia fatto convincere solo un paio di volte, una per Gesù di Nazareth che inizialmente non voleva girare, e l’altra per Amore senza fine, accettò perché trovò che fosse una specie di versione moderna di Giulietta e Romeo».
Vi capitava di essere in disaccordo?
«Certo, litigavamo molto, a volte anche a botte, più che altro sui set. Il regista ha sulle spalle la pressione dell’intero film, capita che si sfoghi con gli aiuto, ma erano liti che duravano due o tre ore, poi si ricominciava a scherzare».
Tra le tante prese di posizione c’era stata anche quella contro l’aborto.
«Era contrario sì, e ne nacque una polemica enorme, ma tutto si rifaceva alle sue origini. Era nato da un rapporto extraconiugale, la madre, che aveva già due figli e un marito, rimasta incinta a 40 anni, decise di non abortire e, nel 1923, affrontò uno scandalo enorme, dovette chiudere la sua attività, lasciare Firenze, andare a vivere dalla figlia più grande a Milano… insomma, Franco è cresciuto così, pensando che, quando c’è un figlio in arrivo, non si può mai sapere quello che poi succederà. Lo hanno criticato tanto, in testa le femministe. Però Franco assumeva sempre con chiarezza le sue posizioni, non aveva paura di essere attaccato. Viva la faccia, non era “politically correct”».
È stato senatore di Forza Italia e con la sinistra non è mai andato d’accordo.
«Nasceva di centro, con la sinistra aveva avuto brutte esperienze, lui li criticava e loro non gliel’hanno mai perdonata. Se l’era presa con Luchino Visconti, che invece era diventato sinistroide… però, in fondo, Franco accettava tutto, tanti dei suoi amici erano di sinistra e indubbiamente era meglio evitare l’argomento politica perché poi si finiva a litigare, Franco difendeva la sua posizione fino all’ultimo».


A casa Zeffirelli, sull’Appia Antica, si veniva accolti da un gruppo di cani, cui il maestro era molto affezionato. Anche lei?
«Sì, li ho sempre amati tanto, anche da ragazzino, quando ero ancora in Sicilia. Nel periodo in cui avevo vissuto in America avevo una femminuccia, razza Jack Russell, l’avevo chiamata Bambina, poi quando sono andato a Firenze per Camera con vista, l’ho lasciata a Roma, a casa del maestro. Lui si è innamorato follemente, l’ha viziata, Bambina è diventata la sua cagnetta preferita. L’attrice Adriana Asti aveva un maschietto, insomma, a un certo punto, a casa c’erano 23 Jack Russell».
C’è un ricordo della sua vita con Zeffirelli cui è più legato?
«Ce ne sono tantissimi. Una delle mie esperienze più straordinarie, che non potrò mai dimenticare, è stata una sera alla Staatsoper di Vienna, dove aveva allestito una Carmen con Kleiber che dirigeva l’orchestra, Domingo che cantava e l’Obraztsova nel ruolo della protagonista… un’emozione irripetibile».
È stato vicino a lui fino alla fine.
«Sì, in quel periodo ero a Firenze, mi occupavo già della Fondazione e ho fatto di tutto per fargliela vedere realizzata, poi, nei fine settimana, andavo a Roma ed ero lì quando è mancato. Ha sofferto molto, gli ultimi mesi sono stati davvero tristi, odiava l’idea di morire, aveva tante idee in testa, ma sentiva anche di star perdendo i pezzi, attimo dopo attimo. Era arrabbiatissimo, il fisico era distrutto, ma il cervello è stato integro fino alla fine. Stargli accanto allora è stata un’esperienza durissima».
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