La scuola e il voto, occasione persa

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In queste settimane ho partecipato a molti incontri in diverse scuole italiane, tra dibattiti sulla giornata della memoria e altri sulla giornata del ricordo. In alcuni casi ho trovato studenti preparati, motivati e partecipi (su tutti, il liceo “Algeri Marino” di Casoli-Chieti, un esempio virtuoso di scuola di provincia capace di eccellenza); in altri scolaresche quasi digiune dell’argomento ma recettive agli stimoli; dovunque ho sentito dirigenti scolastici e professori introdurre la giornata parlando di libertà e del dovere di difenderla, di democrazia, di diritti garantiti dalla Costituzione.

In poche realtà, però, ho trovato istituti impegnati a preparare incontri sul referendum istituzionale del 22 marzo. Quale occasione migliore per passare dall’astrazione dei principi alla pratica dell’impegno? Per ricordare che la partecipazione al voto, l’informazione su che cosa siamo chiamati ad esprimerci, il confronto delle posizioni hanno una scadenza di verifica vicinissima, per la quale dobbiamo essere preparati e motivati?

Il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha emanato una circolare nello scorso novembre in cui ha ricordato alle istituzioni scolastiche il dovere del pluralismo e l’obbligo di prevenire la parzialità ideologica, affidando ai dirigenti scolastici il compito di vigilare perché sia garantita la “par condicio” in occasione di “eventi aventi per oggetto tematiche di ampia rilevanza politica o sociale”.

Molti (a torto o a ragione) lo hanno interpretato come un “avvertimento” disciplinare e hanno rinunciato ad organizzare iniziative mirate. L’invito del Ministero, in sé, è corretto: la scuola deve educare al confronto e non indottrinare in modo unilaterale, a maggior ragione quando ci sono occasioni che vanno al di là delle normali lezioni curricolari. Ma la circolare è incompleta e, come tale, facilmente interpretabile come un invito a “lasciar perdere”. Il Ministero avrebbe dovuto invece sollecitare tutte le scuole a promuovere iniziative sul referendum costituzionale, con un docente (o un esperto esterno) che chiarisse i termini giuridici della questione e due esponenti qualificati che, in contraddittorio, esponessero le ragioni del “si” e del “no”: la modalità stesso del voto (una scelta netta a favore o contro) favorisce il confronto. Sarebbe stato un proficuo esercizio di educazione civica “applicata”, quella che lo stesso Ministro Valditara ha promosso con un apposito decreto del 2024 recante le “Linee guida per l’insegnamento dell’Educazione civica”. Nel testo si diceva che “la scuola costituzionale deve essere in prima linea nella formazione di cittadini consapevoli e responsabili” e si assegnavano alla disciplina 33 ore annue. Quale occasione migliore del prossimo referendum del 22 marzo per essere conseguenti?

Non credo che il silenzio ministeriale sia nato dalla volontà di rispettare l’autonomia didattica delle scuole: nel 2022, poco dopo l’insediamento del governo Meloni, lo stesso Ministero ha inviato una circolare in cui si sollecitava a ricordare il 9 novembre, giorno della caduta del muro di Berlino e data simbolo del naufragio del comunismo.

Per il referendum l’invito non c’è stato. Tra veti, richiami e silenzi, il risultato è che la scuola ha perso un’ottima occasione per passare dall’enunciazione dei principi all’applicazione didattica dei medesimi: al netto di lodevoli eccezioni (a Torino, ricordo, tra gli altri, i licei “Alfieri” e “Copernico”), il referendum costituzionale è rimasto fuori dalle aule. E speriamo che, per effetto indotto, gli studenti non restino fuori dai seggi!

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