«L’8 marzo può significare ancora tantissimo, non solo per protestare contro la violenza, i fatti di sangue, i femminicidi e i soprusi. Bisognerebbe anche parlare molto della prepotenza, dell’omertà e di quello che accade sui luoghi di lavoro. Sotto la superficie, e oltre i casi estremi, tante cose andrebbero denunciate. Il mondo del lavoro è ancora troppo maschilista, troppo prepotente». Teresa Saponangelo ha la determinazione forte delle donne che si sono fatte da sole, passo dopo passo, imparando dalle loro esperienze, che palcoscenico, set, tv, sono anche luoghi utili per descrivere il femminile: «Oggi le possibilità sono molto aumentate».
Dopo tanti anni, è finalmente cambiato il modo di rappresentare le donne?
«Sì, in passato vinceva sempre il modello bambola di ceramica, adesso non è più così. Sono emerse registe di grande valore che mettono in scena il femminile in maniera diversa. Penso a opere come L’arte della gioia, Vermiglio, Gloria! , insomma non esistono più solo figure da romanzo ottocentesco, da fiction di Rai 1 vecchio stampo. Per 20-30 anni abbiamo subito rappresentazioni datate, con donne sempre remissive o falsamente tali, oppure seduttive, bambolone dalle bocche gonfie… Ecco, in questo le piattaforme sono state utili, la nostra tv tradizionale si è dovuta adeguare a una mutazione internazionale, e quindi alla diffusione di storie nuove, differenti».
Cosa dovrebbe cambiare nei rapporti di lavoro, in vista di un’effettiva parità di genere?
«Faccio un esempio, oggi in Italia non esiste una direttrice di teatro, nemmeno una, ed è una cosa assurda. Che va detta, con coraggio, anche correndo il rischio di inimicarsi il proprio datore di lavoro».
Pensa che le quote rosa potrebbero aiutare?
«Sì, le quote rosa sono assolutamente necessarie, e non sono affatto datate. Dobbiamo imporle, anche nel mondo dello spettacolo, il teatro è un universo molto maschile, eppure ci sarebbero tante donne di valore, capacissime di assumere ruoli di direzione».
Ha interpretato Elvira Notari nel documentario, ora in corsa per il David di Donatello, che Valerio Ciriaci ha dedicato alla prima regista donna italiana. Cosa ha scoperto?
«Non sapevo molto della Notari, era una donna illuminata, regista, produttrice, colorista, con un percorso notevole che, nei suoi film, in quell’epoca, portava avanti tematiche importanti come la violenza in famiglia. Mi ha anche interessata l’opportunità di essere fotografata nelle sue vesti da una fotografa molto brava come Cristina Vatielli, mi è piaciuto tantissimo venire rappresentata come un’immagine, quindi senza parole e senza recitazione».

Nel nuovo film di Rocco Papaleo Il bene comune (dal 12 in sala) è un’infermiera finita in carcere, piena di rancori e nodi irrisolti, che, insieme ad altre donne, intraprende un percorso di riabilitazione. Un’altra storia al femminile.
«È una brava infermiera, di cui non si sa molto. Tutti i personaggi del film hanno subito un torto, hanno fatto degli errori, stanno provando a riparare, a recuperare fiducia e cercano un punto da cui ripartire. A lei succede che, durante il viaggio sul massiccio del Pollino, abbia l’occasione di mostrare e mettere in pratica la sua qualità professionale».
Cosa le è piaciuto del film?
«Tutta la storia parla della seconda chance, del fatto che, quando a un essere umano viene offerta una seconda possibilità, succede molto spesso che venga vissuta come un dono prezioso, come qualcosa che difficilmente va sprecato».
Con Papaleo come si lavora?
«Ha un modo di lavorare molto creativo, senza uno schema preciso, con ampie possibilità di variazioni sul tema. Lui stesso dice che il set è come una jam session, c’è un tema dominante cui tutti possono aggiungere qualcosa, il suo è un cinema libero, poetico, di sperimentazione, con la musica prepotentemente in scena».
È in tournée con Sabato domenica e lunedì, il classico di Eduardo De Filippo diretto da Luca De Fusco. Lei è la protagonista Rosa. Che tipo è?
«Una donna che sta tentando di emanciparsi, io la vedo così. Se nella zia Memè c’è il seme del futuro, della possibilità di decidere per se stessa, Rosa è, invece, una donna a metà, rivendica l’attenzione e il rispetto per il ruolo che svolge, ma non ha ancora gli strumenti per affrancarsi».
Che donna è, in questo momento, Teresa Saponangelo?
«Anch’io sono molto concentrata sulla rivendicazione del mio sentimento, è sempre stato così. Ne sono fiera, anche se è un aspetto criticabile… rispetto alle storie sentimentali, ad esempio, ho cambiato spesso, però senza mai averne né timore né vergogna. Penso sia sempre legittimo esprimere quello che si è in un determinato momento della vita, affrontandone le conseguenze».
Cos’è per lei il teatro?
«L’unico luogo dove ci si può prendere un tempo di riflessione, di scoperta, replica dopo replica il personaggio si arricchisce, il teatro è un laboratorio continuo, l’idea di partenza è molto lontana da quella di arrivo».
Che posto occupa il lavoro nella sua vita?
«Un posto importantissimo, è la mia forma di resistenza rispetto alle mie difficoltà personali, è lo spazio che mi rende libera, forte, creativa, che mi da la possibilità di essere in contatto con persone meravigliose, ricche di sensibilità, curiose, ambiziose, insomma persone che hanno tutto quello che mi piace della vita».
Cosa le manca?
«La casa dei sogni, il posto che immagino, quello dove mi piace stare. Sono a Roma, in affitto, ma sento il bisogno di un luogo mio, del cuore, e sono alla ricerca».
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