Le lacrime e il saluto alla mamma: Varvara Voronchikhina fa di tutto per portare il primo oro russo con inno e bandiera dentro i canoni della celebrazione più classica. Intorno a lei il pubblico delle Paralimpiadi presente a Cortina asseconda, non troppo partecipe del successo nel super gigante dello sci, ma senza il minimo accenno di contestazione. Spettatori educati, contenuti, lievi applausi ad accarezzare un momento che resta inevitabilmente controverso. Senza imporsi come un punto e a capo, presenta comunque uno scenario possibile. Fare finta di niente, lasciare che lo sport prenda il proprio spazio.
È successo ieri, non è detto che la prossima volta gli atleti intorno all’inno russo abbiano lo stesso atteggiamento visto in questa occasione, però ora sappiamo che una competizione globale carica di storie e fulcro di attenzioni ha una certa autonomia. Reagisce come le pare, pure in modo imprevedibile e di sicuro tanta calma davanti a una situazione che non si manifesta da 12 anni non era scontata ed è giusto guardarla in faccia. Voronchikhina ha 23 anni: ha scansato i commenti politici, ha citato pure la grandezza della Russia. Sarebbe stato meglio tenerla sul personale, come ha fatto al traguardo con la dedica alla madre, però le Paralimpiadi, come le Olimpiadi, si sono sempre mosse senza copione davanti all’audience più enorme che c’è. Per questo sono eccezionali.


L’oro è passato in poche ore dal medagliere alla propaganda del governo di casa e non si può mettere in conto all’atleta. I campioni vengono strumentalizzati spesso dal potere, non è certo una esclusiva russa e nemmeno una funzione riservata a Paesi che litigano con la democrazia. Trump tenta di manipolare lo sport tutti i giorni. L’attuale presidente del Cio, Kirsty Coventry ha guardato Mugabe sventolare le sue medaglie vinte nel nuoto. Non ha sostenuto alcuna linea, è solo rientrata a casa, in Zimbabwe e c’era la parata ad aspettarla. Funziona così, esistono spiriti coraggiosi, momenti storici, opportunismi comprensibili, rivolte, silenzi legittimi, atti di eroismo che nessuno ha il diritto di pretendere. E sono tutte reazioni difficili da preventivare. Lo sport decide come digerire il mondo ogni singola volta. Ieri ha accompagnato il successo di una sciatrice paralimpica russa per il primo inno dopo Sochi 2014. Dalle Paralimpiadi di Putin a quelle di Milano-Cortina che hanno deciso di essere audaci o spericolate o protagoniste o indipendenti o insensibili, a seconda di come le si vuole vedere e che evidentemente hanno sbloccato una strada.

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