I danni del perfezionismo a tutti i costi nella vicenda dello chef dimissionario

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Quali danni può fare la ricerca della perfezione a tutti i costi, il desiderio di essere il migliore di tutti, il bisogno ossessivo di arrivare in cima alla classifica, ce lo illustra il caso di René Redzepi, famoso chef stellato e inventore della “nuova cucina nordica”.

Una lunga carriera, un lavoro serio e intensivo hanno portato il celebre chef danese ad aprire un ristorante a Los Angeles, con cene da 1.500 dollari a testa. Lui però al Noma non ci sarà. Dopo un’inchiesta del New York Times che ha raccolto le testimonianze di maltrattamenti di trentacinque ex dipendenti e che ha convinto i suoi sponsor ad abbandonarlo, Redzepi ha riconosciuto le proprie colpe e ha deciso di fare un passo indietro. Mentre il Noma scalava le classifiche mondiali dei ristoranti, dietro le quinte si consumano le violenze: minacce verbali, scherno pubblico, ma anche punizioni fisiche, pugni, spintoni contro il muro, utensili da cucina lanciati addosso al personale.

Un fatto è certo, che per tenere l’armonia o anche solo l’ordine nelle cucine dei grandi ristoranti ci vuole una capacità relazionale che va ben oltre le abilità di cuoco, di creatore di ricette, di organizzatore di pranzi e di cene high-class. Le abilità richieste sono tante e la gestione di collaboratori e dipendenti non è semplice: ognuno con il suo carattere, le sue ambizioni, i suoi limiti. In un ambiente dove si lavora gomito a gomito, dove i tempi di esecuzione possono essere molto stretti, dove il lavoro dell’uno dipende da quello dell’altro, è facile che ci siano attriti, intolleranze e litigi.

Atmosfera tossica

L’atmosfera può diventare tossica quando il leader spinge oltre misura il personale con pretese eccessive. Il rischio aumenta quando l’obiettivo non è più quello di fare un buon lavoro, ma quello di arrivare al top delle classifiche. In questa, come in altre situazioni lavorative, lo spostamento di obiettivo può generare una sorta di patologia: l’asticella viene alzata sempre di più e il leader considera giustificate le sue pretese. Assume una postura egocentrica e non disdegna atteggiamenti dispotici, violenti e oltraggiosi, specialmente se, come ha raccontato lo stesso Redzepi, quegli atteggiamenti, quelle violenze e quegli oltraggi li ha subìti a sua volta nell’infanzia, incorporandoli e facendoli propri.

Ha inizio così una deriva molto pericolosa dove si innescano relazioni tossiche che non soltanto si diffondono tra i lavoratori e le lavoratrici, ma che passando dall’uno all’altro si autoalimentano creando un groviglio di accuse e risentimenti. Due sono le lezioni che si possono trarre da questo caso. La prima è che eccellere nel proprio lavoro non significa saper gestire, sul piano delle relazioni e della comunicazione, un gruppo di lavoro ampio e complesso: sono competenze molto diverse che non si improvvisano. La seconda è che il perfezionismo, come fissazione o ragion di vita, può generare una spirale di attese e pretese che alla fine trasformano la vita in un tormento, per sé e per gli altri.

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