Tra i mille effetti brutali della guerra ce n’è uno meno evidente ma altrettanto spietato: quando città e uomini bruciano abbastanza a lungo, prima o poi nel rogo finiscono anche le nostre contraddizioni. Il conflitto in Medio Oriente è già arrivato a questo punto dopo appena due settimane: mentre incendia un’intera regione, ha cominciato a incenerire anche le maschere indossate dal nostro Occidente, portando alla luce le verità nascoste di un’epoca che non riusciamo più a riconoscere. Lo fa, come sempre accade in guerra, soprattutto per immagini.
La prima è quella di Donald Trump nello Studio Ovale, circondato da una dozzina di pastori evangelici in giacca e cravatta. Occhi chiusi, mani posate sulle spalle del comandante in capo. Come in un antico rito di consacrazione, invocano la protezione su di lui e sulle sue insegne: quelle dei bombardieri che decollano dalle portaerei e dei missili che solcano il cielo dal Mediterraneo al Golfo Persico. L’operazione «Furia Epica» assume i tratti di un’epopea medievale e, allo stesso tempo, perfettamente coerente con l’America del ventunesimo secolo. Altro che Capitol Hill o Consiglio di sicurezza dell’Onu: la legittimazione arriva direttamente dall’Onnipotente e non prevede interrogazioni parlamentari.
La seconda immagine è molto meno teatrale, anche se non meno mistica. Nessun volto, nessun gesto solenne o scena da immortalare, nessun sacerdote in abito da cerimonia. Solo una fila di schermi fluorescenti che riflettono l’opacità di un algoritmo onnisciente, capace di vedere tutto attraverso gli occhi infallibili dei suoi satelliti e di calcolare ogni cosa con la potenza di un’intelligenza senza corpo né coscienza. Scruta gli anfratti del territorio nemico, interpreta le ombre termiche degli edifici. È capace di distinguere tra una scuola e un deposito di armi — almeno così assicura l’azienda che lo ha programmato. È lui che decide della vita e della morte con la certezza assoluta di chi non ha bisogno di guardarsi allo specchio. Né, per inciso, di rivolgersi a un avvocato.
Sono le fotografie di due fedi cieche e speculari che rispondono alla stessa urgenza: riempire il vuoto di senso e di direzione che si è aperto nelle nostre società. Per due secoli lo Stato-nazione moderno si è retto su un patto imperfetto ma chiaro: sicurezza e prosperità in cambio di fedeltà e consenso. Oggi quell’equilibrio giace sotto le macerie dell’ineguaglianza galoppante, della dissoluzione progressiva del tessuto sociale e dell’ascesa di nuovi poteri senza mandato, da Pechino alla Silicon Valley, dai fondi sovrani a Wall Street. Nel frattempo, tra guerre che nessuno si degna più di spiegare, bollette dell’energia alle stelle e un lavoro che evapora nell’intelligenza artificiale, i cittadini guardano alle istituzioni stanchi e sempre più increduli, come chi aspetta un treno perennemente in ritardo in una stazione sempre più vuota. La domanda che serpeggia ormai apertamente è la più antica e la più eversiva che si possa rivolgere a chi governa: a cosa servi? E, soprattutto, per chi?
Quando la politica resta muta, il mistero della fede torna dunque in soccorso: puntuale, imperscrutabile come miliardi di righe di codice che nessuno capisce davvero, ma a cui ci affidiamo con devota speranza. La guerra diventa «giusta» per benedizione divina e al contempo «sicura» per grazia algoritmica. La spada di Dio guidata dai terabyte, in un connubio che avrebbe fatto inorridire teologi e filosofi di ogni epoca. Come in qualsiasi dogma che si rispetti, nessuna spiegazione è davvero necessaria davanti alla sacralità dell’unzione, teologica o digitale che sia. Casa Bianca, Pentagono e data center diventano le nuove cattedrali dove si fondono salmi biblici e formule digitali in una liturgia sorprendentemente coerente con lo spirito del tempo. Intanto, la responsabilità politica evapora, dissolvendosi nell’etere tra una preghiera e un aggiornamento di sistema.
Così, nell’inferno di un mondo che ha smarrito le sue coordinate, travolto dalle bombe e dall’inflazione, dalla violenza e dal disagio sociale, ci viene promesso che solo Dio e l’algoritmo sapranno tenerci lontani dal precipizio. Una tentazione allettante — antichissima e allo stesso tempo inedita — che non chiede di essere capita, discussa o sottoposta al fastidio del consenso democratico: soltanto di essere creduta. Il guaio è che, quando una civiltà comincia a cercare salvezza nei miracoli o nei calcoli automatici, di solito è perché ha smesso di confidare nella capacità di decidere il proprio destino. E quello, più che l’inizio di una nuova fede, è quasi sempre il segnale più chiaro di una resa.
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