Alla ricerca di Banksy. Che ora ha un nome e si chiama Jones

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Banksy, l’uomo senza nome più famoso del mondo, adesso ha un nome. Ma rimane un Signor Nessuno. Tre giornalisti investigati della Reuters (Simon Gardner, James Pearson e Blake Morrison) scrivono in un lungo reportage di aver risolto il mistero dopo un’indagine lunga anni.

Il nome sarebbe quello già individuato dal tabloid britannico Daily Mail nel 2008: Robin Gunningham, nato a Bristol nel 1973, bambino prodigio, già autore a 11 anni di fumetti per il giornalino scolastico The Cathedralian, bravo a recitare, vincitore di premi artistici e campione sportivo.

Robin Gunningham in una foto pubblicata dal Mail 

Il punto è che Robin Gunningham non esiste più. L’artista, che dell’anonimato ha fatto un tratto distintivo, avrebbe infatti cambiato nome: si chiamerebbe oggi David Jones. Come dire Mario Rossi in Italia, un ago nel pagliaio dei seimila David Jones registrati all’anagrafe britannica, uno dei nomi maschili più diffusi. David Jones – per inciso – è anche il nome di battesimo di David Bowie, il cui alter ego Ziggy Stardust ha ispirato un ritratto della regina Elisabetta realizzato da Banksy. Un gioco di scatole cinesi, un nascondino di cui l’artista di Bristol è maestro assoluto. Per alcuni critici la capacità di colpire veloce in pieno giorno, violare il divieto di fare graffiti sui muri, farsi beffa delle forze dell’ordine e sparire senza lasciare traccia è parte integrante della sua arte.

Oggi, comunque, chi si trova uno stencil di Banksy sul muro di casa chiama prima Sotheby’s della polizia. E lui stesso, attivista e provocatore di professione, è abbastanza cinico da ammettere che la sua arte sovversiva è anche milionaria. «Mi ripeto che uso l’arte per promuovere il dissenso, ma forse sto solo usando il dissenso per promuovere la mia arte. Mi dichiaro non colpevole di essermi venduto. Ma lo faccio da una casa più grande di quella in cui vivevo prima» ha detto nel 2010 al settimanale londinese Time Out.


Ha davvero importanza sapere come si chiama? Probabilmente no. Ma la storia dell’indagine è notevole. I tre segugi della Reuters partono dai murales eseguiti da Banksy in Ucraina nel 2022 e arrivano a Bristol passando per un cartellone pubblicitario nel Meatpacking District di New York imbrattato nel 2000, con un arresto e un hotel molto particolare.

L’inchiesta parte nel villaggio di Horenka, vicino a Bucha. I testimoni descrivono l’arrivo nel 2022 di tre uomini a bordo di un’ambulanza: due indossano una maschera, uno no ed è facilmente riconoscibile: si tratta di Giles Duley, fotografo documentarista che ha perso un braccio e due gambe in Afghanistan e la cui fondazione Legacy of War fornisce ambulanze alle Ong locali ucraine. Gli uomini mascherati disegnano velocemente una immagine surreale di un vecchio barbuto nella vasca di un bagno sventrato dalla bombe. Poi si dileguano. Diventa un murale iconico, insieme a quello di un bambino che atterra Putin in una mossa di judo (di cui il presidente russo si dice campione), immagine poi ripresa in un francobollo ucraino. Uno dei due mascherati viene identificato poi da una testimone, che riconosce la foto di Robert Del Naja, frontman dei Massive Attack, altre volte indicato come possibile Banksy, in parte per il suo passato nel mondo dei graffiti, in parte perché gli stencil dell’artista appaiono spesso nei pressi delle località dei suoi concerti.

Reuters rivela che Del Naja attraversa il confine polacco il 28 ottobre 2022 insieme a Duley. Nello stesso giorno i registri dell’immigrazione indicano anche l’ingresso in Ucraina, nello stesso punto, di un certo David Jones. La sua data di nascita sul passaporto è la stessa di Robin Gunningham. I tre poi lasciano il Paese il 2 novembre.

Basta questo per dire che Banksy è Gunningham? Bisogna fare una salto indietro, a New York nel 2000. Il 18 settembre, durante la settimana della moda, la polizia arresta un uomo beccato a imbrattare un cartellone pubblicitario sul tetto di un edificio in Hudson Street. Viene rilasciato dopo una notte in guardina. La confessione scritta a mano è firmata Robin Gunnigham. L’indirizzo che dà alla polizia è quello del Carlton Arms Hotel, albergo di New York noto per ospitare artisti in cambio della decorazione delle camere dove soggiornano. In quel periodo si fa chiamare con il nome d’arte Robin Banks (notare il gioco di parole inglese che suona come “robbing banks”, “rapinare banche”). Da Banks a Banksy il salto è breve e avviene qualche tempo dopo.

Quella di Reuters è una delle ricostruzioni più dettagliate e accurate della vicenda. E anche la più credibile, anche se resta da vedere se cambierà qualcosa. Lazarides, ex manager di lunga data di Banksy, conferma il cambio di identità: «Robin Gunningham non esiste. Il nome che avete in mente l’ho cancellato anni fa. Nella vita reale non lo troverete mai». I legali di Banksy hanno diffidato Reuters dal pubblicare l’inchiesta e rivendicano il diritto di lavorare sotto pseudonimo per tutelare la libertà di espressione, evitare censure, rappresaglie o persecuzioni. Ma i tre giornalisti si appellano al diritto di cronaca: è un personaggio pubblico, un attivista politico e quindi deve essere soggetto a responsabilità.

Ma forse anche David Jones non esiste già più. Meglio così. Meglio alimentare il mistero che mettere un nome e una faccia su un mito.

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