La guerra all’Iran e quell’alleanza tra Israele e Stati Uniti

0
2

Tra le perle da bar dello sport che gli esperti di geopolitica del momento snocciolano con disinvoltura sconcertante ce n’è una particolarmente interessante. La guerra in Iran sarebbe stata voluta da Israele. Ispirata da Israele. Imposta da Israele.

E gli Stati Uniti – ci spiegano con quello sguardo di intesa che si riserva di solito ai segreti di Pulcinella – non sarebbero altro che gli esecutori materiali della “guerra di Israele”. Tanto vale, perché non dire gli ausiliari?

Non nego, naturalmente, che al momento i due Paesi abbiano interessi convergenti. Né che i due eserciti operino, per adesso, in stretto coordinamento. Questa, però, si chiama alleanza. Qualcuno avrebbe detto di Roosevelt, alleato di De Gaulle, che era strumentalizzato da lui? E di Churchill che era il giocattolo di Stalin, quando invece, nel 1919, aveva esortato a «soffocare il bolscevismo finché è ancora in culla»? E di Alessandro che agiva per conto delle città greche d’Asia liberate da lui dal giogo persiano? O della Repubblica romana, durante la Terza guerra punica, che era agli ordini di Massinissa, re di Numidia?

L’idea è assurda. Nel caso specifico, e non se ne abbiano a male i cospirazionisti, non c’è nessun mistero. Israele ha una preoccupazione: neutralizzare una minaccia che, a ragion veduta, considera esistenziale.

Gli Stati Uniti hanno la loro. Anzi, in verità hanno molte preoccupazioni: difendere i loro alleati (israeliani, ma anche arabi); indebolire un asse strategico che va da Teheran a Mosca e Pechino; e, infine, lavare l’onta che da quarantasette anni resta come una piaga aperta nel fianco di tutte le Amministrazioni da quella Carter in poi: la cattura degli ostaggi all’ambasciata americana di Teheran nel 1979. Tutto questo rientra in un complesso gioco di interessi, ognuno dei quali ha una sua logica e potrà modificarsi nelle settimane o nei giorni a venire.

Come non capire? Come credere che un piccolo Paese di dieci milioni di abitanti possa torcere il braccio di un Paese di 350 milioni di abitanti, dotato dell’esercito più potente del mondo e della rete di basi più sofisticata del pianeta, governato dal presidente più megalomane della sua Storia? Come immaginare che Donald Trump (di cui tutti sappiamo che non decide niente che non giovi prima di ogni altra cosa per il suo tornaconto personale e poi per gli interessi degli Stati Uniti) abbia fatto a un primo ministro straniero, quale che sia, il regalo di una guerra di questa portata? È semplicemente grottesco.

Ancora più grottesca è la scena che ci viene raccontata di un Trump che tergiversa e poi, durante un incontro segreto nello Studio Ovale alla Casa Bianca, si lascia convincere dal suo “amico Bibi”.

Ci vollero due anni per organizzare lo sbarco in Normandia. Sei mesi per la Guerra del Golfo del 1991. Un anno per l’invasione dell’Iraq nel 2003.

Chi può mai immaginare che il Pentagono abbia improvvisato in pochi giorni il dispiegamento di due gruppi aeronavali? Il riposizionamento di centinaia di aerei da combattimento? La realizzazione di una rete di rifornimenti a diecimila chilometri di distanza dalle sue coste? Le scorte di enormi quantità di carburante e delle munizioni necessarie, senza parlare delle capacità di procurarsi intelligence indispensabili per un’operazione simile? Chi può credere che il presidente americano, per quanto superficiale, abbia impiegato la sua “armada” senza vedere più lontano della punta del suo naso e che ci sia voluto Benjamin Netanyahu per spiegargli, mentre sbocconcellava un hamburger, come fare e perché? Il ragionamento è puerile.

La cosa più grave, tuttavia, è un’altra. Questa narrazione riprende un immaginario antichissimo molto dannoso. Così pensavano negli Anni Trenta coloro che videro negli “ebrei” una comunità di complottisti che istigava le nazioni ad andare in guerra, tirando nell’ombra le fila delle catastrofi future e tramando conflitti da cui contavano di ottenere vantaggi.

Questo era il tema – e il titolo – dell’infame pamphlet di Lucien Rebatet Le macerie (sono gli «ebrei guerrafondai», diceva, ad aver spinto la Francia alla guerra contro la Germania e sono dunque loro i veri responsabili della rovina e delle macerie descritte nelle scene dell’esodo, dell’incendio e dell’apocalisse del libro).

Questo era il filo conduttore – e, ancora una volta, il titolo – di tre pamphlet di Louis-Ferdinand Céline: Les Beaux Draps (gli ebrei ci hanno messo «in una situazione molto difficile» e ci stanno trascinando nella «loro» guerra); La scuola dei cadaveri (l’apparato di «indottrinamento» che ordina ai popoli ad andare a combattere e morire “per Israele”); e, già nel 1937, Bagatelle per un massacro (le “piccole rivelazioni”, le «bagatelle» che lo scrittore impazzito sosteneva di dare sulla «macchinazione ebraica» che stava per portare il mondo alla carneficina). L’ebreo guerrafondaio è un vecchio cliché della propaganda antisemita. Sarebbe opportuno, oggi, non rimettere in circolazione questo terribile veleno.

Traduzione di Anna Bissanti

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it