Il premio Oscar Michael B. Jordan: “Grazie a Dio, mamma e Sidney Poitier”

0
4

La prima cosa che ha fatto Michael B. Jordan dopo aver vinto il suo primo Oscar come migliore protagonista per Sinners è stato ringraziare Dio. E poi la mamma, presente in sala e «le persone che sono venute prima di me: Sidney Poitier, Denzel Washington, Halle Berry, Jamie Foxx, Forest Whitaker, Will Smith. Essere accanto a questi giganti, a queste grandi figure, ai miei antenati, ai miei punti di riferimento… significa tutto». Basterebbe questo per capire chi è questo trentanovenne e come la sua statuetta non sia frutto di casualità, ma di duro lavoro, perseveranza, sacrificio, concetti che Jordan ama ripetere spesso nelle interviste e che si riflettono nella sua carriera.

Figlio di un’insegnante e un marine, cresciuto a Newark, in New Jersey, Jordan inizia a lavorare a dieci anni come modello per le pubblicità per poi passare, a 15, al suo primo ruolo importante, Wallace nella serie The Wire, ambientatata nel mondo degli spacciatori di Baltimore. «Sai, quando vieni da umili origini, hai sempre la paura che tutto possa svanire da un momento all’altro», dice raccontando della gavetta, spiegando come l’amore per la recitazione e la consapevolezza che quella potesse essere la sua strada è arrivata col tempo. «Da un piccolo successo a un altro piccolo successo, e da un gradino all’altro, recitare è diventato qualcosa di cui mi sono innamorato nel corso degli anni, è diventato una carriera. La svolta è stata sicuramente The Wire, anche grazie all’incoraggiamento dei colleghi più grandi. Prima di allora non avevo mai preso lezioni di recitazione. Mio padre all’epoca mi disse: devi trovare qualcosa e prenderla sul serio. E io l’ho fatto».

Noto soprattutto per ruoli in serie tv come Friday Night Lights, è con il film Fruitvale Station che Jordan si afferma come protagonista cinematografico. Ispirato alla storia vera di Oscar Grant – ventiduenne ucciso dalla polizia la notte di Capodanno del 2009, sulla banchina della metropolitana di Oakland -, segna il debutto alla regia e l’inizio della collaborazione con l’amico Ryan Googler. Un film impegnato, che detta il tono delle scelte future. «Voglio lasciare qualcosa. Un modello. Un’etica del lavoro. Qualcosa che i miei pronipoti, i loro figli e i figli dei miei figli possano vedere e dire: “Ecco dove tutto è iniziato”». Degli inizi ricorda la pazienza e la capacità di cavarsela. «Sono stato in grado di essere paziente, sono stato in grado di dare il massimo ogni volta. Quando finivo i soldi, prendevo in prestito abbastanza per arrivare al mese successivo di affitto. Quando pensavo “okay, è finita” e immaginavo di dover tornare in New Jersey, riuscivo a trovare qualcosa per avanzare al livello successivo e far diventare la recitazione un mestiere permanente».


È la trilogia di Creed – in cui interpreta Donnie, figlio illegittimo del defunto ex campione del mondo Apollo Creed, storico rivale di Rocky – che rende Michael B. Jordan un attore di successo, seguito da Black Panther, in cui interpreta il super cattivo Erik Killmonger, opposto al supereroe T’Challa interpretato da Chadwick Boseman, morto nel 2020. «Per scrollarmi di dosso il personaggio di Erik sono dovuto andare in terapia – ha ammesso -. Recitare è spesso un viaggio solitario, questa carriera, questo percorso, le audizioni, la preparazione. A un certo punto mi sono accorto che dovevo parlane con qualcuno. Da qui l’esperienza si è trasformata in una conversazione più ampia e in una scoperta di me stesso. Non mi vergogno a dirlo e anzi, penso che la terapia sia qualcosa di necessario, soprattutto per gli uomini. A me ha sicuramente aiutato: oggi cerco di essere un buon comunicatore e una persona completa dentro e fuori».

Difficile quindi che l’Oscar appena vinto lo cambi. Al punto che è già proiettato nel futuro, nel prossimo progetto, un remake di Il caso Thomas Crown, di cui oltre che interprete sarà regista, la sua seconda esperienza dietro la macchina da presa dopo il debutto con Creed III, terzo capitolo della saga uscito nel 2023. Neanche il tempo di festeggiare la statuetta mangiando un hambuger da IN-N-Out che Jordan è di nuovo al lavoro. «Adoro le sfide. Mi piace evolvermi. Mi piace scoprire i miei limiti e qualunque essi siano, spingermi oltre, superarli».

Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it