Il risiko dell’acqua decide il futuro

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Il film La grande scommessa racconta come Michael Burry e altri gestori di fondi di investimento intuiscano lo scoppio della bolla immobiliare alla base della crisi finanziaria del 2007 e capiscano che, scommettendo al ribasso sul mercato immobiliare, realizzeranno il più grande affare della loro vita. Nei titoli di coda del film si legge che Michael Burry oggi investe solo nel “mercato dell’acqua”, perché, secondo lui, si tratta di uno dei settori con il maggiore potenziale nei prossimi decenni. Una scelta che, letta oggi, appare sempre meno eccentrica e sempre più come una lucida previsione.

L’acqua sta gradualmente assumendo un ruolo di variabile strategica in grado di incidere sugli equilibri geopolitici, soprattutto in un contesto in cui il cambiamento climatico ha moltiplicato le aree colpite da siccità e reso più instabile l’accesso alle risorse.

È una dinamica che emerge con particolare evidenza in Medio Oriente, dove non sono solo oleodotti e raffinerie a rappresentare vulnerabilità strategiche, ma anche le infrastrutture idriche. In un territorio con falde limitate e temperature tra le più alte al mondo, l’accesso all’acqua dolce è una questione esistenziale.

Gli attacchi recenti agli impianti di dissalazione hanno acceso i riflettori su una dipendenza strutturale dei Paesi del Golfo, che producono acqua potabile quasi esclusivamente dal mare. Un’interruzione prolungata di questo sistema, anche limitata a pochi nodi critici, potrebbe innescare un’emergenza umanitaria su larga scala.

Del resto, il controllo delle risorse idriche non è soltanto una leva economica, ma anche uno strumento militare, come dimostra il precedente storico del 1972, quando gli Stati Uniti bombardarono le dighe da cui dipendeva l’irrigazione delle risaie nordvietnamite. Oggi, in uno scenario tecnologicamente più avanzato ma altrettanto fragile, la logica non è cambiata: colpire l’acqua significa colpire la vita quotidiana, l’economia, la stabilità sociale.

Non sorprende, allora, che proprio nell’area del Golfo si concentri oltre il 40% della produzione mondiale di acqua desalinizzata e circa il 60% degli impianti. Si tratta di infrastrutture che per le popolazioni locali rappresentano risorse vitali e che, proprio per questo, sono diventate bersagli sensibili: dall’impianto iraniano dell’isola di Qeshm fino alla risposta del regime contro un complesso in Bahrain.

La vulnerabilità di questi sistemi è elevata: anche danni limitati, se colpiscono componenti nevralgiche, possono bloccare l’intero impianto, mentre i tempi di riparazione possono estendersi per settimane, se non addirittura mesi. È su questo rischio che richiama l’attenzione Oxfam, che ha lanciato la campagna «Dona acqua, salva una vita», con l’obiettivo di riportare al centro del dibattito l’emergenza idrica nelle aree di conflitto.

A rendere ancora più evidente la portata del problema sono i dati globali: nel mondo una persona su quattro non ha accesso all’acqua pulita e 1,7 miliardi di persone non possono contare su servizi igienico-sanitari di base. Una condizione che, nella sua dimensione quotidiana, si traduce nella morte di circa mille bambini ogni giorno.

È anche alla luce di questi numeri che l’acqua viene sempre più spesso definita dagli analisti «il petrolio del futuro», all’interno di un trend che procede di pari passo con la crescita demografica. La domanda è destinata ad aumentare del 55% entro il 2050, non solo per l’incremento della popolazione, ma anche per l’espansione dei consumi e dei fabbisogni dell’industria e dell’agricoltura. Una pressione crescente che si inserisce in un contesto già fragile e che sarà ulteriormente aggravata dagli effetti dei cambiamenti climatici.

Questa dinamica globale trova riscontro anche in Italia, dove tra siccità, alluvioni e mancato riciclo si stanno già pagando a un prezzo elevato. Il nostro Paese registra il costo della crisi idrica più alto d’Europa: nel 2025 l’impatto complessivo è stato di 13,4 miliardi di euro, con un costo annuale di 227 euro pro capite, esattamente il doppio della media europea, che si attesta a 112 euro per abitante.

Eppure, mentre altri Paesi corrono ai ripari, l’Italia resta indietro proprio su una delle tecnologie chiave: la dissalazione. Gli impianti attivi per uso civile sono circa quaranta, una cifra marginale se confrontata con la Spagna, che con circa 800 impianti guida l’Europa per capacità installata e si colloca ai vertici mondiali del settore.

Oggi, nella Giornata mondiale dell’acqua, il punto non è più capire se avesse ragione Michael Burry, ma quanto siamo in ritardo nel rendercene conto.

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