Conte: “Delmastro si dimetta subito, nel ristorante scene da Suburra”

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«Abbiamo presentato una mozione per chiedere a Giorgia Meloni di revocare l’incarico di sottosegretario alla Giustizia per Andrea Delmastro. Per una ragione di igiene istituzionale non può rimanere lì un minuto in più» ci dice Giuseppe Conte in questo lungo colloquio. La vicenda è nota: il sottosegretario alla Giustizia aveva fondato, nel dicembre 2024, una società di ristorazione, assieme a tre dirigenti piemontesi del suo partito e alla figlia diciottenne di un prestanome del clan Senese: Mauro Caroccia.

Presidente Conte, Delmastro poteva non sapere chi fosse Mauro Caroccia.
«Non scherziamo! Bastava digitare quel nome su Google per capire di che soggetto stiamo parlando. Persino il fratello di Caroccia in un’intervista ha spiegato che tutti sapevano chi fosse. E poi Delmastro è un sottosegretario, sta in un osservatorio privilegiato e in altre occasioni, come nel caso di Cospito, ha avuto accesso a informazioni addirittura del 41 bis. Ma davvero si pensa che i cittadini abbiano l’anello al naso?»

Magari lo conosceva ma non sapeva dei problemi giudiziari.
«La prima foto uscita, che ritrae Delmastro abbracciato a Caroccia, è del 2023. Si conoscevano dunque quando era già in corso l’inchiesta che lo aveva identificato come possibile prestanome del clan Senese. Il sottosegretario e i suoi sodali di partito si mettono in società a fare affari in un contesto familiare altamente inquinato per i rapporti con la malavita organizzata. Un contesto da cui un cittadino perbene dovrebbe tenersi alla larga. A maggior ragione chi ricopre un delicato ruolo di governo».

Dice Delmastro: quando ho appreso i problemi giudiziari, sono uscito dalla società.
«È uscito per davvero solo con la sentenza della Cassazione a febbraio di questo anno. Ma il contesto di malaffare era già evidente prima. Ci sono stati svariati passaggi giudiziari prima che l’appello bis confermasse la condanna e, da ultimo, la Cassazione la rendesse definitiva. Un membro di governo fa una società con degli sconosciuti, senza informarsi prima chi sono? Ma andiamo … C’è un limite alle menzogne».

Il sottosegretario ha dichiarato, a proposito della ragazza: “Non imputata e non indagata, poi si scopre essere la figlia di”.
«Una arrampicata sugli specchi pazzesca! È evidente che è la prestanome del prestanome. Ma davvero uno fa una società con una ragazza che ha appena compiuto 18 anni, lascia a lei il 50 per della società e la nomina persino amministratrice senza sapere chi sia? Faccio io una domanda».

Prego.
«Se davvero non c’era nulla da nascondere, perché Delmastro non ha dichiarato questa società al Parlamento quando ne era obbligato? Questa mi sembra la prima, involontaria, ammissione di colpa».

Al momento però Delmastro non ha compiuto nessun reato.
«Parliamo di un sottosegretario e di altri tre dirigenti di Fratelli d’Italia che risultano talmente annebbiati dal desiderio del lucro che si avventurano in affari con il noto prestanome di un efferato clan mafioso. Delmastro non può rimanere un’ora in più al suo posto per ragioni di minima igiene istituzionale».

Per questo presentate una mozione, cosa che faranno anche le altre opposizioni?
«Sì, deve andare a casa immediatamente anche solo per chiara inclinazione alla più spregiudicata avidità e alla più impunita arroganza. Addirittura Delmastro è tornato nel ristorante di Caroccia anche dopo la sentenza di condanna in appello bis, portandosi dietro un pezzo importante del Dap».

Si riferisce alle foto uscite in questi giorni, tra cui quella del giugno 2025 con la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi e i funzionari del Dap in quel ristorante?
«Direzione delle carceri che di lì a qualche mese avrebbe preso in custodia il ristoratore mafioso… Lei capisce che per loro non esiste più una soglia dello scandalo. Bartolozzi, figura chiave dello scandalo Al-Masri, e Delmastro, che già si sarebbe dovuto dimettere dopo la condanna in primo grado per rivelazione del segreto d’ufficio, vanno a cena con funzionari dello Stato nel ristorante di un prestanome della mafia, appena condannato in appello. Pare la sceneggiatura del film Suburra».

Finora Giorgia Meloni ha difeso il suo sottosegretario. È la generosità di una leader che copre sempre i suoi o pensa che non sia libera di scaricalo?
«Sono un clan politico. Ma non credo sia solo solidarietà di partito. Sono legati dal vincolo rappresentato da informazioni e notizie che possono uscire fuori e che li costringono a rimanere assieme al potere o a cadere assieme».

Sta dicendo che Meloni è ricattabile?
«Meloni aveva detto di non essere ricattabile e invece prevale il condizionamento reciproco, giustificato da una incultura istituzionale per cui, in nome dell’investitura popolare, si sentono sopra la legge, sottratti a ogni controllo».

La premier dice di non accettare lezioni in materia di lotta alla mafia.
«Oggi (ieri, ndr) è la Giornata della memoria per le vittime di mafia. Piuttosto che postare un messaggino retorico, Giorgia Meloni doveva far dimettere Delmastro per onorare i caduti per mafia. Che c’entra un eroe come Paolo Borsellino, con cui ci si riempie la bocca a sproposito, con questo modo di far politica?

Cosa chiedete sul caso in questione a Chiara Colosimo, presidente dell’Antimafia?
«Di approfondire la vicenda. Ma ci muoviamo in un contesto già compromesso perché la presidente messa a capo dell’Antimafia con criteri di fedeltà ha già dimostrato la sua faziosità. È qualche anno che non permette di indagare sui mandanti e sui pezzi dello Stato deviati delle stragi del 92-93. Ricordo, sempre per stare ai fatti, che Colosimo fu immortalata in una foto con Ciavardini, condannato per la strage di Bologna con sentenza definitiva».

Una foto, presidente, non vuol dire complicità.
«Quella foto parla da sola. E, aggiungo, ha pure sempre taciuto di avere uno zio avvocato, condannato per essersi messo a disposizione di una cosca calabrese».

Non si eredita una colpa.
«Questa stessa maggioranza si sta accanendo per espellere campioni dell’antimafia come Scarpinato e De Raho proprio dalla Commissione antimafia, sostenendo che sarebbero in conflitto di interessi perché profondi conoscitori dei fenomeni mafiosi per averli combattuti per decenni come servitori dello Stato. Siamo alla più assoluta indecenza istituzionale».

Meloni ha parlato di “manine” sul caso Delmastro. Lei ha capito a che si riferisce?
«Alle inchieste della stampa libera e indipendente che loro non tollerano, come ogni forma di controllo. Quando era all’opposizione, Meloni chiedeva le dimissioni per ogni minimo scivolone dei suoi avversari, ora è asserragliata a dispetto di tutto, comprese le inchieste che coinvolgono gli amministratori locali, come i suoi in Sicilia».

La premier rivendica un primato della politica rispetto alle inchieste.
«Ma fatemi capire: come funziona questo primato? Dove serve, inteso come responsabilità e visione, Meloni non dice una parola: Al-Masri, Venezuela, il genocidio di Gaza, l’Iran. In compenso fa scudo su tutti gli scandali, toglie l’abuso d’ufficio ai colletti bianchi e criminalizza il dissenso. Questo è il primato dell’impunità sulla politica. E questo, mi consenta, è il premierato che hanno in testa: l’arroganza della Casta».

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