Meloni, il verdetto è politico: stabilità a rischio o volata finale

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Il risultato comunque avrà un impatto sul governo, per come Giorgia Meloni ha menato le danze nella campagna elettorale. E per quell’insieme di incroci – tra racconto del “testo” e irruzione trumpiana del “contesto” – che ha prodotto una politicizzazione del voto. Lo avrà, a maggior ragione, con un’affluenza, come sembra, record. Più è alta la partecipazione, più il test diventa tutto politico. Che riguarda il “qui ed ora”, ma anche, in prospettiva, le prossime elezioni, tra un anno (di questi tempi è come dire dopodomani).

Giorgia Meloni ha stra-ripetuto – e c’è da crederle – che, comunque vada, rimarrà a palazzo Chigi, ma la posta in gioco del verdetto è la “stabilità”. Ovvero: il principale asset di questi anni di governo. Si spiega così anche la grande attenzione della vigilia da parte dei media internazionali – Ft, Politico, Bloomberg – che, finora, hanno registrato un’“anomalia italiana” rovesciata rispetto alla sua storia: governo che dura, alleati poco riottosi, vincoli di bilancio rispettati, mercati tranquilli, consensi che non calano, neanche in un contesto piuttosto turbolento, tenuta, tutto sommato, rispetto al rapporto con l’Europa.

Complice l’assenza finora di una reale sfida interna, la stabilità è il vero pilastro politico che ha definito la forza reale della premier. Fuori: rispetto ai suoi omologhi che, da Parigi a Londra a Berlino, se la passano assai peggio. Dentro i confini: dopo un decennio sull’ottovolante tra grandi entusiasmi e repentini tonfi, un paese stanco di avventure tutto sommato si è accontentato, fino ad oggi, di una stabilità, sia pur poco esigente. Perché, in verità, il governo non ha combinato un granché. Ecco, il voto di oggi è un test per capire quanto Giorgia Meloni è politicamente solida o se si apre una crepa.

Non ci vuole una Cassandra per prevedere quale sarà il film, in caso di vittoria del sì. Gli stessi che, fino alla chiusura delle urne, blateravano che il governo non c’azzeccava nulla, diranno che è stato premiato il suo operato con postura baldanzosa, come sempre accade dopo lo scampato pericolo. E dunque: il popolo è con noi, avanti con le riforme. Ed è chiaro che, sulla scia di un voto percepito come la conquista della prima casamatta, si apre la fase dell’assalto alla verticale del potere: legge elettorale, in tempi rapidi, con l’idea di gestire, da una posizione di forza dopo il voto, il Great Game del Quirinale, che chiude il cerchio del potere in Italia. E chissà, magari il premierato.

Il no, invece, sarebbe la prima vera sconfitta politica di Giorgia Meloni. Che, per le ragioni fin qui elencate – una campagna in prima persona, un governo da donna sola al comando – ricadrebbe, innanzitutto sulle sue spalle. Certo, magari per ammortizzare il colpo, si porrà il tema dei capri espiatori. E non è peregrino ipotizzare che la ricerca sarà indirizzata in direzione via Arenula. C’è solo l’imbarazzo della scelta tra quel testimonial involontario del no di Carlo Nordio, la sua intoccabile capo di gabinetto e il suo sottosegretario che stava in società con la figlia di un prestanome di un clan.

Però il tema non sono le gaffe, i limiti e i comportamenti di una improbabile classe dirigente (che vanno ben oltre la vicenda del referendum) ma il rapporto della premier col paese. La sconfitta rappresenterebbe la fine dell’aura di invincibilità che le ha consentito anche di proteggere, col suo consenso personale, i limiti altrui. E, visto dall’estero, il primo smottamento politico vero, che ne normalizza e ridimensiona ruolo e immagine.

Insomma, di tanto o di poco, un colpo al cuore del melonismo. Lo sarebbe per quel che rappresenta il tema dell’investitura popolare in quel mondo: per il “governo eletto dal popolo”, una volta che viene “bocciato dal popolo”, si pone il problema della coerenza e del che fare, in un repentino cambio di clima segnato dall’ansia. Lo sarebbe nel rapporto con gli alleati, nessuno dei quali è nelle condizioni di una rottura, ma certo finisce l’era in cui sono “usi obbedir tacendo”. Lo sarebbe in relazione al dossier internazionale, come prestigio ma anche come linea: il no è solo una vittoria dei giudici o il primo manifestarsi di un’onda contro Trump e chi lo ha assecondato con subalternità?

Non sono questioni di poco conto. E qui si vedrà la stoffa di Giorgia Meloni, e cioè la sua capacità di ammortizzare il colpo con duttilità tattica e tenuta di nervi. In definitiva, la reazione: se si farà prendere da una sindrome da ultima spiaggia al punto da valutare, come sostiene qualcuno, l’ipotesi del voto anticipato, qualora finisse la crisi iraniana. Lo schema, insomma, che fu impedito a Renzi nel 2016. Oppure se, davanti alla prima crepa, si metterà a fare un po’di politica, interpretando il segnale che arriva dal paese. La fine della monarchia potrebbe financo rappresentare un salutare bagno di realtà, per concentrarsi sul governo e sull’interesse nazionale. Non solo sul racconto per la curva, tra la ricerca di questo o quel nemico

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