Effetto voto, terremoto al ministero di Giustizia

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ROMA. A via della Scrofa non la chiamano resa dei conti. Ma poco ci manca. Nelle stanze dove si decide la linea, Giorgia Meloni ha già fatto capire che il “No” non finirà archiviato come un incidente di percorso. Al contrario: sarà sezionato, voce per voce, errore per errore. E soprattutto, nome per nome.

La lente si sposta rapida su via Arenula. È lì che, dentro Fratelli d’Italia, individuano il cortocircuito più evidente. Non solo per i molteplici passi falsi compiuti dal Guardasigilli Carlo Nordio, ma per la filiera politica e tecnica che lo circonda. In cima alla lista ci sono la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi e il sottosegretario Andrea Delmastro. Sono loro, oggi, a trovarsi nel punto più esposto.

Il giudizio che circola è netto. L’ex deputata azzurra, da mesi centrale negli equilibri del ministero, a via Arenula viene descritta come «incontrollabile». Non è soltanto una questione di stile. Pesano, e molto, alcune uscite pubbliche finite fuori traiettoria rispetto alla linea comunicativa che Palazzo Chigi tentava di costruire per il referendum. Una su tutte: «Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura che sono plotoni di esecuzione». Parole che, nella lettura dei meloniani, hanno prodotto l’effetto opposto: compattare gli incerti contro il governo.

Ma non è solo comunicazione. Sul tavolo torna anche la gestione del caso Almasri, il rimpatrio del carceriere libico che ha lasciato strascichi pesanti e per cui le viene contestata una falsa testimonianza davanti al Tribunale dei ministri. È su questo dossier che, raccontano fonti ministeriali, si starebbe consolidando un’ipotesi concreta: un «cambio d’ufficio» per Bartolozzi. Un’uscita morbida, dal ruolo di capo di gabinetto e regista delle mosse del ministro, a vertice di una delle direzioni generali del ministero. Un demansionamento che, si vocifera, avrebbe un regista preciso: il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. Non è ancora una decisione presa. Ma il segnale circola, e non viene smentito. Anche perché – si affrettano a chiarire attorno a Meloni – una mossa del genere «non sarebbe in contraddizione» con la linea pubblica della premier: nessun rimpasto legato direttamente al referendum. Qui si tratterebbe di altro. Di equilibri interni. Di gestione del potere.

Nel frattempo, al ministero della Giustizia, il clima viene descritto senza giri di parole «irrespirabile». Nordio, rientrato da Treviso, resta defilato finché il risultato non diventa chiaro. Poi filtra la sua «costernazione» e la presa d’atto dei risultati. Attorno a lui però si addensa una convinzione che rimbalza tra uffici e corridoi: “l’immagine sbagliata” costruita dal tandem Bartolozzi-Delmastro «ha contribuito molto» alla sconfitta.

La sintesi, nelle parole di una fonte di peso, è brutale: «Se parli di “giustizia giusta” non puoi presentarti con loro due, hanno solo contribuito a mobilitare gli incerti contro di noi». E ancora: «C’è un sistema di potere da scrostare, si è incistato qui in maniera sbagliata». È un invito neanche troppo velato a un intervento diretto della presidente del Consiglio.

Se Bartolozzi è nel mirino, su Delmastro si addensano nuvole altrettanto scure. Il linguaggio della politica, in questi casi, è fatto di segnali. E uno arriva dal capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami: «Faremo le nostre valutazioni». Tradotto: il dossier è aperto. Un altro indizio arriva proprio da Fazzolari, che alza il livello dello scontro con la magistratura: «Ora la preoccupazione è che questa azione potrebbe diventare ancora più invasiva».

Non è solo una linea difensiva. È anche il riflesso di un timore concreto che serpeggia tra i vertici del partito: che le prossime mosse delle toghe possano colpire i punti più vulnerabili dell’esecutivo trasformando i prossimi giorni in uno stillicidio in cui il nome di Delmastro rischia di essere ricorrente. L’attendismo che ancora prevale a via della Scrofa è infatti carico di condizioni. L’idea che gli strascichi dell’affaire Bisteccheria possano continuare a terremotare il lavoro della maggioranza in questo momento di fragilità non lascia tranquilli i colonnelli della premier. È per questo che si cerca di cogliere sfumature e segnali che arrivano dalle Procure. Se quella vicenda dovesse sembrare essere sul punto trasformarsi in un’inchiesta, lo scenario cambierebbe di colpo. Lo ammette, senza troppi filtri, una fonte ai massimi livelli di Fratelli d’Italia: «A quel punto sarà difficile salvarlo». Un riferimento che richiama precedenti già ingombranti: dal caso Cospito alla notte di Capodanno con Emanuele Pozzolo.

Per ora, nessuna testa cade. Ma il perimetro è tracciato. E la sensazione, dentro il partito, è che la partita vera inizi adesso.

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