La vittoria del “No” al referendum è soprattutto una sconfitta per Meloni (che ha subito, pubblicamente, accusato il colpo): la prima dopo tre anni e mezzo di governo, una cavalcata travolgente, che adesso subisce un arresto. È un prezzo alto da pagare per la premier, a un anno dalle elezioni politiche in cui si giocherà la riconferma. Lo è perché la separazione delle carriere dei magistrati, che ha difeso con tutte le sue forze nelle due ultime settimane di campagna elettorale, non era una riforma “sua”, ma di Forza Italia: un tributo alla memoria del fondatore Berlusconi, con il quale tra l’altro, quando ancora era in vita, Meloni non era mai riuscita ad avere buoni rapporti. Una partita in cui «il gioco non valeva la candela», aveva detto non a caso un uomo di una certa esperienza come il presidente del Senato La Russa. E una sfida interna all’anima manettara di Fratelli d’Italia che incarna la cultura securitaria del governo e ha prodotto un’inutile serie di decreti per l’istituzione di nuovi reati che quasi mai hanno raggiunto lo scopo di tranquillizzare l’opinione pubblica. Inoltre, sul voto avranno influito il clima d’ansia creato dalla guerra in Iran e le conseguenze economiche del conflitto.
Ma poteva la presidente del Consiglio tirarsi indietro di fronte alla chiamata di tutta la sua coalizione, timorosa ormai da giorni e giorni di prendersi un ceffone dall’elettorato? E poteva farlo dopo una campagna, appunto, affidata a un ministro come Nordio che è riuscito a farsi rimproverare pubblicamente dal Capo dello Stato per aver usato un linguaggio irriguardoso verso le istituzioni (il Csm «sistema para mafioso»), o alla sua capo di gabinetto Bartolozzi, contestata per aver definito i suoi colleghi giudici «plotone d’esecuzione»? Chiaramente non poteva. E forse sarebbe riuscita perfino a ribaltare una tendenza ormai favorevole al “No” (dopo essere stata, all’inizio, fortemente orientata verso il “Sì”), se non si fosse trovato tra i piedi negli ultimi giorni il cosiddetto “caso Delmastro”, cioè l’ennesimo pasticcio combinato dal sottosegretario alla Giustizia già finito nei guai (e condannato a otto mesi) per rivelazione di segreto d’ufficio (le visite in carcere di una delegazione Pd all’anarchico Cospito), per la discussa partecipazione a un Capodanno in cui un altro parlamentare suo amico per festeggiare sparava con una pistola, e adesso alle prese con una società di un camorrista dalla quale in extremis è riuscito a tirarsi fuori. Se non fossero stati proprio gli ultimi giorni prima del voto, Meloni probabilmente il suo sottosegretario lo avrebbe cacciato a pedate dal governo. Invece ha dovuto tenere a bada la sua indignazione. Oltre ad essere tra le cause del risultato nelle urne, la vicenda, tuttavia, resta emblematica di come sia composto l’attuale governo, malgrado la sua durata e la sua stabilità: un esecutivo i cui membri – non tutti, non tutti allo stesso modo – non sono riusciti ad acquisire consapevolezza delle proprie responsabilità e del danno che anche un solo ministro, anche un solo sottosegretario, se sbaglia, può fare all’intera compagine.
L’altra faccia del successo del “No” è ovviamente la vittoria del centrosinistra. Un “campo largo”, non ancora una coalizione, con cui, fiutando l’aria, hanno voluto schierarsi, più o meno convintamente, tutti o quasi tutti i possibili alleati della coalizione, che se davvero trovasse il modo di formarsi e stabilire un patto fondativo, avrebbe le carte in regola per sfidare nel 2027 il centrodestra. Il quale centrodestra, anche se Meloni non si dimetterà, e al massimo si ripresenterà in Parlamento per chiedere e ovviamente ottenere la fiducia, ha voglia a dire, ma la botta l’ha presa; e prima di digerirla ci metterà un po’.
Riusciranno Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni, Renzi, Calenda, Magi più gli altri possibili invitati dell’ultima ora a trovare l’intesa che finora è mancata per costruire la loro alleanza? A scegliere (con le primarie, chieste immediatamente da Renzi e Conte, o in qualsiasi altro modo) uno di loro, uno solo, come candidato/a premier da contrapporre a Meloni nel prossimo appuntamento elettorale? A costruire un programma comune, superando punti di divergenza che adesso sembrano insormontabili, come ad esempio le posizioni in politica estera e sulla guerra in Ucraina? Sono queste le principali domande che riguardano i vincitori del 23 marzo. Se non vorranno esserlo per un solo giorno.
Disclaimer : This story is auto aggregated by a computer programme and has not been created or edited by DOWNTHENEWS. Publisher: lastampa.it






