Hammershøi, il pittore del silenzio. Dipingere per lui era come ascoltare

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Tra le mostre della primavera dell’arte di Madrid, inaugurate in occasione della fiera Arco, alcune si trovano al Museo Thyssen-Bornemisza. Sul versante contemporaneo Dentro e fuori la cornice presenta una trentina di lavori con materiali industriali di Irma Álvarez-Laviada (Gijón, 1978). Il suo lavoro affronta l’astrazione geometrica da una prospettiva di genere decostruendo la tradizione attraverso inclusioni, esclusioni, ripetizioni e variazioni. Pedagogie della guerra degli artisti ucraini Roman Khimei (1992) e Yarema Malashchuk (1993) esamina invece attraverso una serie di video come il conflitto permei ogni ambito della vita quotidiana. Colpisce in particolare l’installazione dei due registi che riprende alcuni bambini mentre dormono pacificamente.

Ai piani superiori del neoclassico Palacio de Villahermosa si trova la collezione permanente del museo con la ricca collezione acquistata nel 1993 dallo stato spagnolo per 400 milioni di euro dal barone Hans Heinrich Thyssen-Bornemisza, erede della dinastia industriale tedesco-ungherese dell’acciaio. Imperdibili in una passeggiata nella storia dell’estro Caravaggio, Rubens, Van Gogh, Monet, Dalì, Chagall, Hopper, Bacon, Freud e Rauschenberg, che compongono uno dei vertici del triangolo dell’arte madrileno con il Prado e il Reina Sofia.

Ma è al piano terra che fino al 31 maggio si trova la mostra più attesa di questo periodo da esperti e appassionati. L’occhio che ascolta è la prima retrospettiva spagnola sull’artista danese Vilhelm Hammershøi (1864-1916). Il pittore del silenzio, della solitudine, delle stanze vuote della sua casa di Copenaghen, delle luci tenui, dei colori grigi, delle figure femminili solitarie spesso di spalle. «Dipingeva come se ascoltasse, come se aspettasse che qualcosa risuonasse anche se non sappiamo esattamente che cosa – spiega la curatrice Clara Marcellán –. La sua arte è fatta di calma e silenzio, ma al contempo di ambiguità e tensione. I suoi interni esplorano l’intimità attraverso la luce. Non semplici scene congetturali, ma veri e propri studi sulla prossimità. Ammirare i suoi dipinti, come suggerisce il titolo della mostra, è un’esperienza profonda dove guardare significa anche ascoltare. È stato un genio dimenticato che attendeva una riscoperta».

La mostra con un centinaio di opere ben illuminate e distribuite in ampie sale dai colori neutri offre una panoramica completa del suo lavoro, paesaggi compresi, e dal 3 luglio al 25 ottobre 2026 passerà alla Kunsthaus di Zurigo. Ora la sua visione al Thyssen-Bornemisza consente di creare collegamenti con i pittori olandesi del XVII secolo e i grandi artisti del XIX e XX secolo, tra tutti Edward Hopper (1882-1967). Il realista americano quasi negli stessi anni ritrasse l’alienazione della vita moderna con luci fredde e atmosfere sospese. Proprio nella collezione permanente è conservato il suo celebre dipinto Hotel room (1931), che raffigura una donna sola seduta sul letto di una camera d’albergo. Non stonerebbe affatto nella mostra di Hammershøi.

Il titolo L’occhio che ascolta fa riferimento anche alla passione dell’artista per la musica. Con la moglie Ida Ilsted, sua modella costante, organizzavano regolarmente delle serate musicali nella loro casa di Copenaghen. Non a caso nei dipinti appaiono spesso un pianoforte, un violoncello e un violino. Alcuni critici hanno paragonato la tavolozza limitata di grigio, bianco e nero del pittore a una pausa musicale o a un silenzio pieno di possibilità, simile all’uso del colore di Kandinsky. La moglie Ida, sempre vestita di nero, è spesso ritratta di spalle nei dipinti, a volte al piano, in pose silenziose e introspettive, secondo i maligni quasi come un pezzo d’arredamento.

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