Quando parliamo di sesso, parliamo di politica e quando facciamo sesso, facciamo politica. E non tanto per l’ovvietà, peraltro discutibile, secondo cui tutto è politica, ma perché il sesso è lo spazio e il momento in cui pubblico e privato si intrecciano, e questo fa sì che il sesso sia uno strepitoso indicatore di quanto, della libertà che ci è concessa, riusciamo a prenderci, e cosa riusciamo a farne, e della capacità che abbiamo di limitarci, nella di essa fruizione, a beneficio dell’altro, capacità che, in un consesso sociale, è la condizione della libertà collettiva. Se sesso e politica non fossero stati così connessi, Pier Paolo Pasolini, nel 1964, non avrebbe chiamato la sua indagine sulla sessualità Comizi d’amore. Un’indagine che da tempo s’incarica di fare il Censis, che ieri ha reso noto l’esito del rapporto Il piacere degli italiani. Come cambiano i costumi sessuali. Primo dato: quasi il 30% dei maschi perde la verginità prima dei 18 anni, mentre 25 anni fa lo faceva il 46,7%; solo il 35,8% delle femmine, invece, ha il primo rapporto sessuale prima della maggiore età, mentre 25 anni fa lo faceva il 29,3%. È una differenza che dobbiamo leggere come disparità? Difficile da dire, dal momento che il sesso non è più, per le nuove generazioni, un fattore di emancipazione. La prima volta non è più il biglietto d’ingresso nel mondo adulto ma è, sempre di più, un biglietto d’ingresso nel mondo dell’altro, e questo è uno spostamento non da poco: da traguardo che era, fare l’amore diventa un percorso (una parola in voga, e quindi odiosa, ma in questo caso esatta). E questo complica le cose, naturalmente, ma le rende anche straordinariamente affascinanti. Se il sesso smette di essere una tappa per i ragazzi, è più facile togliergli ciò che lo ha reso uno strumento di potere: è una precondizione fruttuosa, della quale l’educazione sessuale e affettiva, se mai decidessimo di farla, dovrebbe e potrebbe beneficiare. È una chance formativa, che naturalmente può trasformarsi in altro e deteriorare, e ce lo dicono gli altri numeri emersi dal rapporto, in particolare quelli relativi al consenso. Questi: il 66,1% degli italiani crede sia sempre possibile capire quando una donna non vuole avere un rapporto sessuale (lo pensano il 60,1% degli uomini e il 71,7% delle donne), e non stupisce quindi che il 47% degli italiani ritenga che il modo in cui ti vesti e ti comporti possa esporti a una violenza sessuale: in sostanza, quasi la metà degli italiani concorda con la teoria di Giambruno, l’ex compagno di Giorgia Meloni, il quale, poco prima di diventare ex, disse che «se eviti di ubriacarti, eviti di incontrare il lupo». Questo, purtroppo, ha a che fare con l’incapacità (non solo italiana, e il caso Pelicot è lì a dimostrarcelo) di accettare che la violenza sulla donne viene agita soprattutto in casa, da mariti, fidanzati, parenti: un’incapacità che deriva dall’idea che avere una relazione sentimentale con una donna significhi poter disporre del suo corpo. Il dovere di assistenza materiale e fisica tra marito e moglie, sancito dal codice civile, può essere interpretato anche come dovere di mantenere l’intimità, e la giurisprudenza è piena di casi che lo raccontano: la separazione viene talvolta addebitata a chi si rifiuta di fare sesso con il consorte. Per evitarlo, in Francia, il mese scorso, è stato cancellato il concetto di “dovere coniugale” dal codice civile.
Sui sei uomini su dieci che, secondo il Censis, capiscono quando il no di una donna è no e basta, grava anche il condizionamento di una cultura ancora impregnata dell’idea che la seduzione sia insistenza, e che le donne siano educate a negarsi, e che quindi ogni loro ritrosia sia una barriera culturale e anche un gioco, una malizia. A nessun maschio italiano, e nemmeno a nessuna donna italiana, viene spiegato (non dico insegnato, così non si agitano i libertini conservatori – un paradosso tutto italiano) che il consenso può perfino mutare anche in corso d’opera: posso baciarti per fare l’amore e poi smettere di voler fare l’amore ma voler comunque continuare a baciarti; posso baciarti e non voler fare l’amore; posso non voler più fare l’amore mentre facciamo l’amore. Non significa essere psicopatici: significa essere vivi.
Ecco perché è incommensurabilmente grave che dal Ddl stupri sia scomparsa la parola consenso, perché è una parola che indica il territorio che dobbiamo imparare a vedere e tutelare: il desiderio, e la sua natura retrattile, misteriosa, ambigua e contraddittoria. Per fortuna, il 16,3% degli intervistati non si riconosce in una identità di genere precisa: la loro esistenza è una prova di quella splendida, complessa, delicata ambiguità, quella che secondo Salvini è l’ingrediente dei «fritti misti», come lui definì le famiglie non tradizionali, quelle che beneficiano della predilezione degli italiani per il sesso non occasionale. Oltre l’80% di noi, infatti, preferisce fare sesso con partner stabili, o così ha detto al Censis (mentendo, come qualsiasi adulto può verificare sondando i propri amici alla prossima cena).
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