Quella frattura tra ragazzi e adulti

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Quanto è successo in provincia di Bergamo – il ragazzo di tredici anni, poco più che un bambino, che ha accoltellato la sua insegnante – è solo l’ultimo in ordine di tempo di una serie di atti violenti commessi da giovanissimi in tutta Italia. Questo caso, come gli altri, va guardato nella sua unicità, tuttavia tutti raccontano qualcosa dello stato di salute degli adolescenti e di quello delle relazioni educative. Nella delicata fase dell’adolescenza si è ancora nel pieno di un processo di crescita in cui rabbia e frustrazione possono assumere una forza travolgente, soprattutto quando non trovano spazi di riconoscimento e di elaborazione, quando dentro si accumulano tensioni, incomprensioni, vissuti di esclusione.

Un elemento che questi casi mettono in luce è la difficoltà, da parte degli adulti, di intercettare per tempo i segnali di disagio. Segnali che restano frammentati tra scuola e famiglia, raramente condivisi in modo sistematico e tradotti in interventi tempestivi e continuativi. Si interviene, più che altro, quando il problema esplode e due vite sono cambiate per sempre: quella della vittima, e anche quella di chi ha commesso un atto tanto feroce.

Con il rapporto (DIS)ARMATI, frutto di un lungo lavoro di ricerca sul campo, Save the Children ha messo in evidenza alcuni tratti comuni agli episodi di violenza agiti dagli adolescenti, con la volontà di alimentare la riflessione sulle misure di prevenzione più efficaci.

Questo tipo di violenza non ha una finalità strumentale. L’obiettivo non è l’eliminazione fisica, spesso i ragazzi non appaiono consapevoli delle conseguenze gravissime e a volte irreversibili dei loro atti. Un gesto del genere appare come utile a dimostrare forza, a recuperare rispetto. Il suo valore è legato alla visibilità e alla reazione degli altri. Sono gesti che cercano uno sguardo, una forma di riconoscimento. «Almeno fare paura significa essere visti», ci ha raccontato un ragazzo qualche mese fa. L’estetica della violenza sul piano simbolico può contribuire a rendere gli atti violenti socialmente accettabili tra gli adolescenti.

Ma ciò che più risuona è l’evidente frattura nella funzione educativa. La scuola, la famiglia, in una parola gli adulti di riferimento, sono spesso percepiti dagli adolescenti come assenti o incoerenti. I ragazzi in contatto con la giustizia minorile per reati di natura violenta che abbiamo intervistato hanno spesso alle spalle una famiglia fragile, disgregata, con genitori soli o assenti, in un dialogo emotivo che a casa sembra mancare. Anche la scuola sembra aver perso autorevolezza e attrattività, ed è vissuta – nelle parole dei ragazzi intervistati – come un luogo dove regnano ansia e giudizio.

È chiaro che un approccio emergenziale e punitivo rischia fortemente di risultare inefficace. È necessario ricostruire la filiera, garantire risorse e strumenti per una comunità educante più solida: interventi di sostegno alla genitorialità, educazione di strada, supporto psicosociale possono agire preventivamente sui fattori di rischio che alimentano la violenza.

*Responsabile ricerca Analisi e dati di Save the Children

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