La paura di essere logorati fino alle elezioni è negli occhi di Giorgia Meloni e dei suoi commensali, Matteo Salvini e Antonio Tajani, riuniti venerdì sera dalla premier nella sua villa romana per una cena informale, al termine del Consiglio dei ministri. A tavola si parla del contraccolpo subito al referendum, di quello che non ha funzionato a livello comunicativo, dei sondaggi che potrebbero fotografare l’inizio di una stagione di calo del consenso, di come ripartire per dare risposte sui temi economici.
il retroscena
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Tajani insiste su una questione: se non ci fosse stata la guerra in Iran, la riforma della magistratura sarebbe passata. Invece gli italiani hanno pesato il loro portafogli e la reazione del governo sul rincaro dei prezzi è stata troppo lenta, poco incisiva. Per questo adesso si pensa a un nuovo intervento per tagliare le accise, visto che il prezzo del gasolio continua a salire e ormai ha toccato i 2,7 euro al litro. Insomma, si guarda al futuro, anche se con il morale a terra. La possibilità di tornare al voto subito, di conseguenza, non compare nel menù. La tentazione dalle parti di Palazzo Chigi era venuta, ma prima serve una nuova legge elettorale: questo per Meloni è un punto fermo. E lo ha fatto capire agli alleati, perché teme che le trappole più insidiose siano proprio lì, nella coalizione. Ad ogni modo – ragionano ora i suoi fedelissimi – sarebbe rischioso sfidare subito le urne, di nuovo, mentre il centrosinistra cavalca l’onda della vittoria referendaria.
IL CASO
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Antonio Bravetti

La premier chiede quindi a Salvini e Tajani di muoversi compatti. Sa che nei prossimi mesi la tentazione più forte nel centrodestra sarà quella di cercare delle nuove bandierine elettorali, perché il vicepremier azzurro ha una leadership che gli sta sfuggendo di mano e il leghista deve disperatamente recuperare consenso. Per una volta, tra i due, chi preoccupa di più Palazzo Chigi è Forza Italia. L’intervento di Marina Berlusconi che ha forzato le dimissioni di Maurizio Gasparri da capogruppo in Senato è stato il primo forte segnale di sfiducia nei confronti del leader. Per un soffio la figlia del Cav non è riuscita a ottenere anche la seconda testa, quella del capogruppo alla Camera Paolo Barelli, consuocero di Tajani. Era già pronta a sostituirlo Deborah Bergamini, da sempre vicina a Marina. Il vicepremier azzurro però si è opposto. Raccontano abbia reagito inviando ai figli del Cav messaggi durissimi, di questo tenore: «Se volete distruggere il partito, questo è il modo giusto». L’addio di Barelli è stato stoppato, almeno per il momento, ma dalla Camera le truppe fanno comunque sapere di avere i numeri per sfiduciarlo: «Ci siamo già contati, aspettiamo solo un segnale da Milano». L’agibilità politica del leader appare compromessa. «Non avrà voce in capitolo sulle liste alle prossime elezioni», scommettono.
IL TOTO NOMI
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Meloni ha offerto il suo scudo a Tajani, ma ha già un governo da rimettere in piedi e un partito, il suo, uscito a pezzi dal referendum. La sfida è quella di aprire una seconda fase, quella del “catenaccio e contropiede”, come la sintetizza un membro dell’esecutivo senza troppo entusiasmo. Nella squadra la prossima settimana entrerà Gianluca Caramanna da sottosegretario con le deleghe al Turismo, per sostituire la ministra Daniela Santanchè che si è dimessa (ma è rimasta nella chat di Whatsapp del Consiglio dei ministri, così ora gli altri ministri si rifiutano di scriverci sopra: «Daniela può leggere», si avvertono l’un l’altro).

Arriverà poi una tra Sara Kelany e Carolina Varchi nel ruolo di sottosegretario alla Giustizia lasciato libero da Andrea Delmastro. Nelle gerarchie interne a Fratelli d’Italia, invece, restano tutti sulla graticola ma nessuno dovrebbe essere messo alla porta in questo momento. Troppo rischioso continuare a scuotere tutto l’albero. Qualche cambiamento si potrebbe vedere invece nel prossimo giro di nomine che riguarderà 18 grandi aziende partecipate e 118 poltrone da occupare.
Se fino a qualche settimana fa l’idea di Meloni era quella di confermare la maggior parte dei vertici in scadenza, adesso anche lì è venuta voglia di smuovere qualcosa. Eni, Enel e Poste dovrebbero mantenere i loro amministratori delegati, mentre sembra tornato tutto in bilico per Leonardo, Enav e Terna. È anche su questi equilibri che Meloni inizieràa misurare la compattezza della coalizione.
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