Divorzio alpino

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La prima volta che ho sentito parlare di «divorzio alpino», ovvero l’abbandono più o meno volontario del proprio partner, solitamente donna, in un luogo di montagna, impervio e isolato in una situazione di difficoltà, ho sminuito la questione. Chi lascia indietro la propria compagna d’escursione, specialmente se meno esperta, è, per essere gentili, un deficiente, punto. Patriarcato e mascolinità tossica non mi sono subito sembrate associazioni pertinenti, anzi, complice il mio orgoglio da assidua frequentatrice della montagna, mi è parso che per l’ennesima volta noi donne fossimo dipinte come l’anello debole, le donzelle da salvare, coloro che senza l’uomo sono perdute.

Nelle ore successive però ho continuato a pensarci, e ho capito che questo fenomeno, atteggiamento, tendenza o come la si voglia chiamare – non ci sono dati esatti che forniscano un’idea dell’effettiva portata – era molto più complessa di come mi fosse apparsa, e che scaturisce da radici profonde non solo nella società – patriarcale – contemporanea, ma anche dal nostro modo di concepire l’andare in montagna.

Negli anni passati ho sempre voluto dimostrare ai miei compagni di escursione che anche io ero in grado di salire veloce, molto più veloce di loro, e che fino al raggiungimento del rifugio, della vetta o qualsiasi fosse l’arrivo, non avevo bisogno di fermarmi nemmeno per bere un sorso d’acqua. Questa mia esigenza di rivalsa non era apparentemente dettata dalle persone con cui stavo condividendo la salita, ma da un istinto di affermazione intrinseco: le donne che per svariati fattori vanno – e sono andate – in montagna sono meno rispetto agli uomini, ma sono perfettamente capaci di tener loro testa. Non mi interessava che i miei compagni, talvolta compagne, non provassero alcun tipo di competizione nei miei confronti. Io dovevo sempre stare in pole position, e fomentata dal raggiungimento della vetta ho perso la bellezza di moltissime salite. Quella mia necessità, all’epoca inconscia, non era solo inerente al dimostrare il mio valore nelle terre alte; era altresì il riflesso di come io, e tante altre donne, sentiamo il bisogno di farci spazio in una società che per anni ci ha oscurate, insegnandoci che non saremmo mai valse quanto i maschi.

Un uomo non potrà mai sapere cosa significhi questo sentimento. Ma sa per certo cosa significa il voler arrivare in cima a qualunque costo, senza scendere a compromessi.

Nel momento in cui si coinvolge la propria partner in una escursione, se meno esperta e presupponendo che si voglia vivere quell’esperienza con lei, è necessario valutare le sue competenze rispetto al percorso scelto, e se troppo impegnativo bisogna cambiarlo. Sono i principi base di un andare in montagna consapevole e rispettoso. Non mettere in difficoltà o in pericolo chi è con te, potresti ritrovarti in difficoltà o in pericolo tu stesso. Scegliere di affrontarlo nonostante è egoismo, noncuranza, incoscienza, specialmente se si è decisi a portarlo a termine a qualsiasi condizione.

Credo che certe dinamiche di supremazia accadano anche uomo-uomo, «se sei troppo lento e non ce la fai vado avanti io», ma sarebbe superficiale circoscrivere questi comportamenti solo a un tratto caratteriale. Da molte testimonianze emerse nelle ultime settimane è chiaro l’intento di abbandono e insofferenza, di partner considerate sacrificabili, zavorre che impediscono il raggiungimento di un obbiettivo che non è stato fissato basandosi sull’esperienza di entrambi, ma su quella dell’io maschile. Un io maschile che non si mostra incline all’aiuto della propria partner, la lascia indietro perché è ostacolo. E cos’è una donna in confronto al compiacimento dell’ego superomistico e fallocentrico? «Io vengo prima, e tu dopo. Io sono più forte e più capace di te, posso lasciarti indietro e casomai mi aspetti. E se sei in difficoltà, ti arrangi».

Anche l’essere «solo» lasciate indietro perché la propria andatura non rispetta le aspettative del compagno può aprire vasi di Pandora, facendo emergere dubbi e insicurezze sul rapporto con il proprio corpo, il proprio essere all’altezza.

Non credo che tutti gli episodi di «alpine divorce» siano dettati dalla malafede o dall’intento di mettere in pericolo o ledere i sentimenti della propria partner. Possono essere causati da mancanza di comunicazione, da aspettative nei confronti di un’esperienza che non sono le stesse per entrambi.

Credo però ci sia il bisogno di analizzare, di stratificare, di non semplificare e di non liquidare, come all’inizio ho fatto io.

Di domandarci quanto queste storie abbiano da raccontarci sugli squilibri della nostra società e sulla nostra inconsapevolezza nel frequentare la montagna, ridotta a una sfida sull’affermazione di sé a discapito di chiunque altra e altro, eco di un capitalismo malsano che ci sta distruggendo.

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