Addio ad Adriano Goldschmied, figura chiave della moda contemporanea e riconosciuto come il “padrino del denim”: grazie a lui, ogni paio di jeans che oggi indossiamo è non solo un capo d’abbigliamento, ma un’espressione di identità, cultura e innovazione. Aveva 82 anni.
È deceduto all’ospedale di Castelfranco Veneto (Treviso) lasciando la moglie Michela e le figlie Glenda e Marta, quest’ultima già attiva nel settore con una propria linea. Negli ultimi mesi era tornato a vivere ad Asolo (Treviso), dopo una lunga stagione tra gli Stati Uniti e l’Italia.
Nato il 29 novembre 1943 a Ivrea da una famiglia triestina di origine ebraica, deve il nome ad Adriano Olivetti di cui suo padre Livio, membro del Partito d’Azione e legato a Giustizia e Libertà, era molto legato. Goldschmied scoprì il fascino del denim osservando i soldati americani nel dopoguerra. «Per noi era il vestito degli eroi», raccontava. Quella suggestione giovanile si trasformò in una visione imprenditoriale che avrebbe cambiato per sempre l’industria della moda.
Adriano Goldschmied non aveva una formazione accademica nel design, eppure è diventato una delle figure più influenti nella storia della moda contemporanea. Il suo percorso iniziò nei primi anni Settanta quasi per caso: un amico lo convinse a vendere jeans importati fuori da un locale notturno, e quell’intuizione si trasformò presto in vocazione. Con il suo primo negozio, King’s Shop, a Cortina d’Ampezzo, capì subito che i jeans potevano essere qualcosa di più di un semplice capo utilitario. Nel 1974 fondò Daily Blue, marchio che introdusse nuove silhouette, colori inediti e una fascia di prezzo più alta, contribuendo a far nascere quello che lui stesso chiamava «la moda del denim». Come raccontò in un’intervista nel 2023: non sapeva nulla di costruzione del capo, acquistava tessuti stravaganti dal sarto di fiducia, e così — quasi per accident — inventò il denim di lusso.
Nel 1981 Goldschmied fondò il Genious Group, un collettivo creativo che sarebbe diventato il punto di partenza per alcuni dei brand più iconici del panorama globale. Fu proprio in quell’ambiente che emersero Diesel e Replay, e dove un giovane Renzo Rosso trovò le condizioni per crescere. Ma Goldschmied non era solo un imprenditore: era un formatore, un mentore che dedicava ore di conversazione a studenti e giovani stilisti. «Rispondo a tutti», amava ripetere.
Il suo lascito umano è forse altrettanto rilevante di quello professionale: generazioni di designer che oggi guidano il settore lo riconoscono come punto di riferimento. La sua filosofia era semplice ma radicale — quando raggiungi un successo, riparti da zero — e lo spinse a reinventarsi continuamente, passando dalla consulenza internazionale in Giappone, USA e Cina alla co-fondazione di Agolde nel 1993 e al lancio di AG Adriano Goldschmied nel 2000 a Los Angeles.
Fu tra i primissimi ad adottare la fibra Tencel di Lenzing, collaborò con marchi come Chloé su progetti di denim circolare e tornò a rilanciare Daily Blue in chiave eco-compatibile. «Il termine sostenibilità era del tutto sconosciuto ai miei tempi», disse. «Solo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta abbiamo capito che, come designer, stavamo portando il settore in un vicolo cieco». La sua voce, però, fu a lungo inascoltata: ricordava con amarezza di essere stato «come una voce nel deserto», deriso da chi sosteneva che ai consumatori non sarebbe mai importato. Negli ultimi anni continuò a lavorare instancabilmente con realtà come Pioneer Denim, OVS, Isko e ArtMill, portando avanti la sua battaglia contro il greenwashing con la stessa urgenza di sempre: «Il cambiamento climatico non ci aspetta».
Fino agli ultimi mesi, Goldschmied era una presenza fissa alle fiere internazionali del denim — da Kingpins a Bluezone, da Premiere Vision a Denimandjeans — dove si aggirava tra gli stand con la curiosità di un esordiente, interessato alle ultime tecnologie e pronto a sostenere le innovazioni più promettenti.
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