Shibuya, l’attraversamento pedonale più celebre e affollato al mondo. Una piccola turista taiwanese, visibilmente entusiasta di trovarsi a Tokyo, sorride all’obiettivo e fa il segno della pace mentre la madre la riprende. All’improvviso, una donna con una mascherina le arriva alle spalle e la spinge con forza a terra, senza fermarsi e proseguendo come se nulla fosse accaduto. L’episodio diventa virale sui social asiatici. Ma non è un caso isolato. In Giappone si sta diffondendo il fenomeno dei cosiddetti butsukari otoko, cioè persone che urtano deliberatamente i passanti. Il tutto mentre una delle mete più popolari del mondo mostra un volto sempre più diffidente nei confronti degli stranieri.

Finire in un centro per immigrati irregolari è facile: basta un permesso scaduto. Ben più difficile uscirne
«La xenofobia nella nostra società è dilagante, trainata da bugie e notizie false», dice Asayo Takazawa, un’interprete che svolge attività di assistenza volontaria per gli stranieri irregolari in Giappone. «I partiti politici gareggiano per ottenere il sostegno della gente promettendo politiche severe contro gli stranieri», aggiunge. Il numero di residenti stranieri in Giappone ha raggiunto alla fine del 2025 circa 4,13 milioni, un livello record. La politica sembra però soffiare sulla percezione di rischio diffusa in una parte non irrilevante dell’opinione pubblica.


Il Team Mirai, neonato partito protagonista di un grande risultato alle urne di febbraio
Camminando per i quartieri di Tokyo o Osaka, il cambiamento non è immediatamente visibile. I ristoranti continuano a servire ramen fumanti, i konbini restano aperti 24 ore su 24, e la vita quotidiana scorre con la solita precisione. Ma, sottotraccia, qualcosa sembra sia cambiato: il pragmatismo di un tempo ha lasciato spazio a un discorso securitario e identitario, in cui la presenza straniera viene sempre più spesso presentata come un problema da contenere piuttosto che come una risorsa da governare.
Il Sanseito, partito sovranista nato online e alimentato da teorie cospirazioniste, ha costruito la sua clamorosa ascesa proprio sulla linea anti immigrati. La premier Sanae Takaichi, leader dei conservatori del Partito Liberaldemocratico, ha cavalcato quell’onda per tamponare l’emorragia dei voti nazionalisti verso la destra radicale: il trionfo alle elezioni di febbraio le ha consegnato una super maggioranza. «Crimini e comportamenti di disturbo da parte di alcuni cittadini stranieri, così come l’uso inappropriato dei sistemi pubblici, stanno causando ansia e un senso di ingiustizia tra i giapponesi», ha dichiarato nella sua prima conferenza stampa Kimi Onoda, braccio destro di Takaichi insediatasi nell’inedito ruolo di ministra delle politiche sugli immigrati.


Una manifestazione politica di destra contro gli stranieri: la xenofobia dilaga spinta da propaganda e fake news
Il governo Takaichi sta ridefinendo i confini, simbolici e concreti, dell’appartenenza alla società giapponese. Il disegno di legge sulla revisione della normativa sull’immigrazione è il punto di partenza più evidente. L’obiettivo è istituire un sistema di screening online prima dell’ingresso nel Paese, ufficialmente per prevenire terrorismo e lavoro illegale. Di certo, aumentano in modo significativo le tariffe per le richieste di status di residenza da parte degli stranieri: la riforma include l’innalzamento del tetto massimo delle tariffe per visti e rinnovi da 10 mila fino a 300 mila yen (circa 1600 euro). Il principio pare quello di selezionare, filtrare ed escludere su criteri legati anche all’affidabilità economica e sociale.

Parallelamente, il percorso verso la cittadinanza giapponese — già tra i più complessi nei Paesi industrializzati — rischia di diventare ancora più impervio. Con l’inasprimento dei requisiti di residenza, insieme a controlli più stringenti sul passato fiscale e previdenziale dei richiedenti, diventare giapponesi sarà un percorso ancora più tortuoso e complicato. L’idea di fondo è che lo status di residente permanente (o a maggior ragione di cittadino) non debba essere percepito come un diritto acquisito automaticamente dopo un certo numero di anni, ma come una concessione condizionata a una piena adesione alle norme e ai valori della società giapponese.
In arrivo anche limitazioni nell’accesso alla proprietà immobiliare. In Giappone, la terra ha un valore non solo economico ma anche simbolico. L’idea di restringere la possibilità per gli stranieri di acquistare terreni o immobili riflette una preoccupazione più profonda: perdere il controllo non solo (e non tanto) del territorio fisico, quanto della sua identità. Previste anche regole più severe per prevenire fenomeni di spionaggio industriale. Insomma, Tokyo sembra voler trasformare il controllo sulla mobilità e la proprietà straniera in uno strumento di sicurezza nazionale e politica interna.
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In tutto questo, pare assai complicato immaginare una riforma dei centri per gli immigrati irregolari. Si tratta di strutture dove è possibile essere trattenuti per periodi indefiniti anche per irregolarità minori, come un permesso scaduto. Negli anni, le organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato condizioni difficili, episodi di malasanità, e casi estremi. Tra questi, la morte dell’italiano Gianluca Stafisso, che nel 2022 si sarebbe suicidato con una scarica elettrica del cavo televisivo della sua stanza. L’allora 56enne viveva a Tokyo dal 2005, ma era rimasto senza permesso di soggiorno dopo la fine del matrimonio con una donna giapponese. Era finito a vivere sotto un ponte, affetto da problemi di salute a livello psicologico, per poi finire in un centro per immigrati irregolari. «Lo stavo aiutando a ottenere i documenti necessari a restare in Giappone», racconta Takazawa. La sua associazione ha presentato diverse lettere di protesta al governo, chiedendo l’istituzione di una commissione d’indagine sulla sua vicenda e una revisione del funzionamento di questi centri. «Non solo la situazione non è migliorata, ma vengono colpite anche persone estremamente deboli o con disturbi mentali», sostiene Takazawa.
Eppure, mentre il governo stringe le maglie, il Giappone sta invecchiando. E lo fa rapidamente. Le strade delle periferie si svuotano, le scuole chiudono, interi villaggi rischiano di scomparire. Il calo demografico è da tempo una condizione strutturale, probabilmente irreversibile. Il calo delle nascite e la carenza di lavoratori rendono ormai inevitabile il contributo degli stranieri, soprattutto nei mestieri manuali, nei servizi e nell’assistenza. L’esecutivo stesso ammette questa realtà, tanto da aver approvato un piano che prevede l’arrivo di oltre 1,2 milioni di lavoratori stranieri entro il 2029, distribuiti in 19 settori alle prese con gravi carenze di personale. Eppure, questa necessità pragmatica coesiste con un clima politico in cui gli immigrati vengono spesso dipinti come una minaccia per l’ordine pubblico e per la coesione sociale.
Nel frattempo il Team Mirai, neonato partito protagonista di un grande risultato alle urne di febbraio, ha presentato una possibile soluzione: ridurre drasticamente la dipendenza dalla manodopera straniera attraverso un uso estensivo dell’intelligenza artificiale. L’idea è limitare l’afflusso di lavoratori poco qualificati, favorendo l’ingresso di talenti altamente specializzati e investire nell’automazione dei processi produttivi e amministrativi. È qui che emerge la contraddizione più evidente, tra chiusura e bisogno. E, nel mezzo, una società che fatica a trovare un equilibrio tra queste due forze opposte. Il Giappone si trova così davanti a una scelta difficile. Continuare a chiudersi, cercando di preservare un’identità percepita come fragile, oppure aprirsi, accettando le trasformazioni inevitabili che questo comporta.
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