Un’apertura lampo, durata meno di 24 ore, poi il ritorno alla strategia della tensione. Lo Stretto di Hormuz si conferma il barometro di questa crisi: si apre come segnale politico, si richiude in risposta agli slanci lessicali di Donald Trump e alle difficoltà nel trovare convergenze con Teheran sul programma nucleare. Nel mezzo, una lunga scia di navi all’ancora, decine di rotte deviate e mercati che oscillano al ritmo delle dichiarazioni.
Ieri sera Trump ha convocato una riunione nella Situation Room della Casa Bianca per discutere della recrudescenza della crisi nello Stretto di Hormuz e dei negoziati con l’Iran. Potrebbe decidere di abbordare le petroliere iraniane o legate all’Iran in transito, o peggio. Un funzionario statunitense ha dichiarato che, se non ci sarà presto una svolta, la guerra potrebbe riprendere nei prossimi giorni.
La riunione è stata presieduta dal vicepresidente JD Vance – che dovrebbe partecipare al prossimo round di negoziati con l’Iran -, il segretario di Stato Marco Rubio, quello alla Difesa Pete Hegseth e al Tesoro Scott Bessent, secondo un funzionario statunitense. Alla riunione hanno partecipato anche la capo di gabinetto della Casa Bianca Susie Wiles, l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff, il direttore della Cia John Ratcliffe e il presidente dei Capi di Stato Maggiore riuniti Dan Caine.
Intanto, Israele si sta preparando per una possibile ripresa dei combattimenti con l’Iran. Le prime contraddizioni si manifestano già venerdì, nelle ore immediatamente successive all’apertura iraniana. Da Teheran, il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf non gradisce le reazioni a caldo di Trump, accusandolo di aver pronunciato «sette affermazioni false in un’ora». Mentre a Washington il presidente americano alterna aperture verbali e irrigidimenti sostanziali: colloqui «molto positivi», ma nessun allentamento del blocco da parte degli Stati Uniti. La pressione Usa prosegue. Intanto mercantili, cargo e petroliere iniziano a rallentare o invertire la rotta, in preda a disorientamento e scetticismo.
La dinamica che ruota attorno ad Hormuz si conferma tutt’altro che lineare, sebbene la riapertura dello Stretto avesse fatto ben sperare. La decisione di Teheran era arrivata dopo il cessate il fuoco in Libano, nel tentativo di trasformare quella tregua regionale in qualcosa di più ampio. La reazione americana della controparte ha gelato subito gli entusiasmi: il blocco sulle infrastrutture portuali iraniane resta. Nessuna simmetria, dunque. Il Tycoon cerca un accordo complessivo, che includa anche il dossier nucleare iraniano: solo allora è pronto ad allentare la pressione sullo Stretto. La risposta di Teheran è rapida, tornando a mette il “tappo” a Hormuz.
Nel frattempo, sul piano diplomatico, emergono elementi che rivelano l’estensione e la profondità del negoziato. Secondo indiscrezioni circolate tra fonti diplomatiche regionali, Washington avrebbe avanzato una proposta economica da 20 miliardi in asset congelati, condizionata alla consegna da parte iraniana dei 450 chilogrammi di uranio arricchito. Un “tesoretto” che gli Ayatollah avrebbero nascosto durante la “guerra dei dodici giorni” dello scorso giugno.
La Casa Bianca, ufficialmente, continua a sostenere che i colloqui «stanno andando bene» e che «diverse cose sono già concordate», ma allo stesso tempo mantiene la pressione militare ed economica e ribadisce che senza un accordo completo non ci saranno concessioni. Trump insiste anche sul fronte politico interno e internazionale, affermando che l’Iran «non può ricattare» gli Stati Uniti attraverso Hormuz, mentre lascia aperta la possibilità di ulteriori sviluppi «entro fine giornata».
Per Teheran, al contrario, la leva dello Stretto resta centrale. Il passaggio controlla circa il 20% del petrolio mondiale e ogni restrizione produce effetti immediati su prezzi e aspettative. Il meccanismo è ormai consolidato: apertura come segnale negoziale, chiusura come risposta alla pressione. «Il controllo è nelle nostre mani: o ci riconoscono i nostri diritti al tavolo o li prenderemo sul campo», ha ribadito il vicepresidente Mohammad Reza Aref, sintetizzando la logica dello scontro.
A complicare il quadro c’è l’aspetto diplomatico con l’inserimento di più attori sulla scena. L’India, tra i principali importatori di greggio, ha convocato l’ambasciatore iraniano dopo che due navi battenti bandiera di Nuova Delhi sono state colpite nello Stretto. C’è poi il dossier libanese: il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah aveva agevolato la riapertura dello Stretto d parte dell’Iran, a cui il movimento sciita è legato a doppio filo. La sua tenuta resta tuttavia incerta: episodi sporadici di violenza persistono, lo Stato ebraico afferma che la campagna militare non è conclusa, mentre Hezbollah prende le distanze dall’attacco contro i caschi blu francesi a Ghandouriyeh, nel sud del Paese dei cedri, che ha portato alla morte di un militare e al ferimento di tre suoi commilitoni. Per Teheran, senza una stabilizzazione credibile su quel fronte, anche le aperture su Hormuz restano reversibili.
Iran, le navi in attesa dopo la nuova chiusura dello Stretto di Hormuz

Prosegue quindi la mediazione del Pakistan, che prova a ricucire lo strappo di Hormuz riportando Iran e Stati Uniti al tavolo negoziale, dopo il nulla di fatto dell’incontro a Islamabad di sabato scorso. «Tra i negoziatori non ci sarebbero al momento elementi che farebbero pensare a un deragliamento dei colloqui, il nuovo tavolo potrebbe tenersi tra lunedì e martedì», spiega a La Stampa una fonte diplomatica presso le Nazioni Unite. Se ieri però era il giorno della pressione, oggi è quello delle verifiche politiche in attesa di capire se domani si potrà ripartire dalla diplomazia ancora prima che dal mare. La giornata si chiude così, all’insegna dell’incertezza più totale.
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