James Joyce ha creato personaggi femminili straordinari, non necessariamente positivi ma sempre portati a una loro grande verità: una per tutte è ovviamente Molly Bloom nell’Ulisse. Eppure, col fratello Stanislaus, chiacchierando e (magari) scherzando, si abbandonava ai pregiudizi che pure facevano parte del suo tempo ma, insomma, in uno scrittore di questa inarrivabile statura suonano un poco sorprendenti. E Stanislaus, più giovane di lui, che lo aveva raggiunto quasi subito a Trieste, la città dove James lavorò più intensamente all’Ulisse – ci era capitato per caso nell’ottobre del 1904 alla disperata ricerca di uno stipendio, per rimanerci con piccoli intervalli fino al 1915 e tornarvi brevemente dopo la prima guerra mondiale –annotava tutto su un diario non destinato alla pubblicazione, e quindi molto esplicito: un diario che è stato tenuto segreto per molto tempo, chiuso in caveau accademico, consultabile ma non riproducibile – né tantomeno citabile.
Ora vedrà finalmente la pubblicazione integrale. E sarà un evento mondiale. Quanto alla misoginia di James, ecco un esempio a caso: «Ah, le donne! – confida James nell’aprile 1907 -… a dire il vero ho una specie di ottica irlandese di vedere le donne. Non riesco a prenderle sul serio in niente di quello che fanno». E non solo, continua Stanislaus: «Diceva che a Roma usavano l’espressione “andare a donna” proprio come dicevano “andare a casa”o “andare al teatro”. Il modo italiano di guardare alle donne era molto soddisfacente sia per gli uomini che per le donne, ma lui pensava che quello irlandese fosse superiore. Gli chiesi di spiegarsi e disse che ovviamente intendeva il suo atteggiamento quando parlava di “modo irlandese”. Non considerava la donna come una pari a livello intellettuale o spirituale, la sua posizione era per metà inquietudine e per metà indifferenza. Non aveva mai incontrato una donna capace di fare quello che faceva Nora Helmer». Ovvero l’eroina di Ibsen che abbandona figli e marito in Casa di bambola.
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emanuela minucci
Proprio in quei giorni stava lavorando a I morti, il racconto più noto di Gente di Dublino, quello dove c’è il personaggio magnifico, dignitoso, straziato da un’improvvisa melanconia e da un ricordo, di Gretta Conroy, – la sposa che viene travolta dalla canzone che udì cantare un tempo da un suo innamorato suicida – proprio mentre, come ormai è proverbiale, «nevicava su tutta l’Irlanda, su tutti i vivi e tutti i morti». Si potrebbe andare avanti con le citazioni al proposito – fra l’altro l’adorata compagna Nora Barnacle, con la quale, incinta, riparò fortunosamente a Trieste, oggetto di feroci gelosie e di tradimenti non si sa se andati a buon fine, talvolta non ne poteva più di quel compagno ubriacone (si sposarono solo nel ’31, ma per ragioni legali e testamentarie), egoista, sperperatore, sempre senza un soldo che, come un bambino, quando scoppiavano i temporali si nascondeva sotto il letto. E Stanislaus, il fratello saggio, annotava implacabile i momenti in cui lei pensava seriamente di andarsene via, mentre lo scrittore cominciava a sua volta ad essere preoccupatissimo per il figlio George.

Nell’estate del 1908 “Stannie” scrive: «Parlava, come aveva già fatto altre volte, con un tono molto malinconico del futuro di Georgie. Non sa cosa pensare di lui. Ha paura di mandarlo all’università, temendo che gli insegnino la religione». I tre – anzi i quattro, col piccolo George – , vissero per i primi tempi nello stesso misero appartamento, con tensioni non da poco – fino a che Stanislaus decise di andarsene. Erano poverissimi e sempre in bolletta, sopravvivevano grazie al fatto che il fratello minore usava oculatamente i proventi delle lezioni d’inglese (ma quali fossero, a quanto ammontassero, non si è mai riusciti a capire). Il giudizioso Stanislaus sapeva benissimo quanto James frequentasse le osterie e i teatri – e magari come a Dublino qualche ragazza disponibile, tanto che nel suo diario inedito riconosce che solo il fatto di non bere e di non andare a prostitute gli consentiva, a differenza del fratello, di mettere da parte un po’ di risparmi. Era un ménage difficile. Troppa vicinanza, poca intimità. E proprio mentre Leopold Bloom nel cantiere dell’Ulisse camminava per Dublino lasciandosi ammaliare da qualche ragazza e pensando all’amante di Molly, il fratello minore venne colto da una feroce passione, tutta sessuale, per Nora – che confessò al diario e, da bravo ragazzo qual era, se la fece passare, se pure a fatica.
Tutto questo materiale fa parte di un libro fantasma, o meglio che è stato tale fino a poco tempo fa, ed ora vedrà finalmente la luce per la Cambridge University Press. Sarà un grande volume di 900 pagine (comprese le note) cui sta lavorando un team internazionale di studiosi: a Trieste, che ovviamente è la città dove Joyce iniziò e scrisse gran parte del suo grande libri, se ne occupa l’anglista e irlandesista Laura Pelaschiar, con dottorandi e laureati del suo dipartimento (Elisa Mariuz, Federica Rufalo, Valeria Piraino), da Bruxelles l’irlandesista Ronan Crowley, e all’Università di Tulsa (nell’Oklahoma) il professor Jeff Drouin e la bibiliotecaria Melissa Kunz.
Tulsa suonerà magari esotica a chi, di una certa generazione almeno, ne ricorda il nome solo in una celebre canzone di Niel Young (Last trip to Tulsa, del lontano 1968) ma è stata il punto di partenza da cui si è avviata la caccia al libro di Stanislaus. Là infatti era depositata la copia che ne fece Richard Ellmann, per la sua celebre biografia dello scrittore, usando con molta parsimonia quelle pagine ed evitando i troppi aspetti intimi di una famiglia piuttosto complicata. Ellmann lo aveva avuto dalla vedova di Stanislaus, che dopo la morte del marito, nel 1955, si era trasferita a Londra col figlio. Scomparsa lei, e scomparso anche il figlio prematuramente, i diritti passarono così a un nuova vedova, ma in Oklahoma – e dovunque si studiasse Joyce – nessuno sapeva chi fosse e dove trovarla.
Scaduto il copyright (a settant’anni dalla scomparsa dell’autore) i diari potevano essere pubblicati liberamente in molti paesi, dagli Usa all’Italia, ma non in Gran Bretagna dove le regole sono diverse. Così, per poterlo proporre alla Cambridge University Press, gli americani ingaggiarono addirittura un investigatore privato – che fece bene il suo lavoro e alla fine trovò l’ultima erede. Il libro potrà finalmente uscire (nel 2028, il commento è lungo e laborioso), alla fine di una storia piuttosto labirintica: e affascinante, perché se le parole di Stanislaus non sono andate perdute, il manoscritto dove le ha distillate giorno per giorno forse sì. Come ci ricorda la studiosa triestina, fatto è che a Tulsa ci sono solo le fotocopie di Ellmann, e dell’originale nulla si sa.
Il problema è intrigante, ma ormai secondario. Contano le voci di loro due: «È come leggere un romanzo dei due fratelli, li senti davvero parlare – ci dice ancora Laura Pelaschiar – e poi c’è la Trieste di allora, dove tutti, compresi naturalmente i Joyce, si esprimevano i dialetto ma conoscevano una quantità di lingue; è come un film della loro e dell’altrui vita». Un film, stando alle anticipazioni, bellissimo: e pensare che Stanislaus non aveva ambizioni di scrittore. Trascorse tutta la sua vita in Italia, insegnando alla Berlitz e a allievi privati, all’Istituto Revoltella e poi continuando quando la scuola di commercio divenne l’Università di Trieste, per 33 anni – morì, potenza della letteratura, un 16 giugno, Bloomsday, il giorno in cui si svolge l’Ulisse e in cui James e Nora si dettero il primo appuntamento.
Pubblicò in vita un solo volume di ricordi, sempre dedicati a quel fratello bisognoso e geniale, che un po’ pativa e molto amava, e postumo uscì un volume sugli anni giovanili a Dublino, dal titolo esplicito: My brother’s keeper, ovvero il custode di mio fratello. Lo fu davvero. Presto sapremo molto di più su come non sia stata un compito, o forse una missione, per niente facile.
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