Deficit, procedura Ue in bilico per pochi milioni. La crescita rallenta

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Crescita in ribasso, inflazione in salita e il rischio di contraccolpi ancora più pesanti sull’economia se la situazione geopolitica nel Golfo Persico non si stabilizza. È questo il messaggio che emergerà dal nuovo Documento di finanza pubblica (Dfp), atteso questa mattina alle 12 sul tavolo del Consiglio dei ministri. Sul quadro macroeconomico pesa però l’incognita sul deficit del 2025, ragione per cui il Dfp è stato posticipato rispetto alla scadenza del 10 aprile. Il nodo verrà sciolto stamani solo un’ora prima del Cdm, quando Eurostat pubblicherà i risultati dello scorso anno.

Per l’Italia è un passaggio chiave: l’indebitamento netto del 2025 sopra o sotto il 3% determinerà la chiusura o meno della procedura per deficit eccessivo aperta sul Paese. Secondo l’ultima stima dell’Istat dei primi di aprile, il deficit sarebbe al 3,07% (rispetto al 3,11% di inizio marzo), arrotondato comunque al 3,1%, il che non consentirebbe all’Italia di uscire dalla procedura. Una beffa per il governo che aveva puntato sull’uscita anticipata, che dunque potrebbe saltare per poche centinaia di milioni di euro a causa della coda del Superbonus dello scorso anno, considerato che lo 0,1% di Pil equivale a 2,2 miliardi di euro.

Al di là dell’effetto simbolico di rimettere i conti a posto dopo la rincorsa cominciata nel 2022, quando l’indebitamento schizzò all’8%, l’esecutivo contava di chiudere la procedura anche per utilizzare più a cuor leggero la clausola nazionale che dà la possibilità di scomputare le spese militari dal deficit, utilizzando i prestiti Safe. La sensazione è che mai come questa volta il freddo dato numerico di Eurostat possa essere influenzato da un’interpretazione politica delle regole. È possibile che la tabella dell’istituto statistico riporti alla voce deficit 2025 un tondo 3%, frutto di un arrotondamento per eccesso o per difetto. Decimali, o meglio centesimi, che sono decisivi. L’arrotondamento per difetto avverrebbe qualora la soglia registrata fosse tra il 3,01% e il 3,04%, e questo confermerebbe la procedura perché secondo il Patto di stabilità l’asticella deve essere inferiore al 3%.

Se invece l’indebitamento fosse rivisto tra il 2,95% e il 2,99%, allora l’arrotondamento per eccesso presenterebbe comunque un risultato pari al 3%, ma a quel punto la Commissione europea potrebbe raccomandare la chiusura della procedura per deficit eccessivo il prossimo 3 giugno. Il viceministro Maurizio Leo, interpellato sul punto, confida ancora in un esito positivo: «Attendiamo, l’impegno del governo è stato massimo». Sibillino il ministro Tommaso Foti: «Chi teme il 3,1 si troverà il 2,9», e aggiunge: «Mi auguro che nessuno giochi contro l’Italia perché l’uscita dalla procedura consentirebbe di poter sbloccare alcuni fondi». Per quanto lo scarto sia minimo, appare molto difficile riuscire a stare sotto il 3%, ma Giorgetti nei giorni scorsi ha detto di credere ai miracoli.

Tornando al Dfp, il Documento preparato è all’insegna della cautela, tra incertezza globale, crescita fragile e conti sotto osservazione. Il Pil 2026 dovrebbe attestarsi attorno allo 0,5%, rispetto allo 0,7% stimato a ottobre. Per l’Upb, l’Ufficio parlamentare di bilancio, l’impatto della guerra sul Pil varia da 0,2 a 0,4 punti percentuali. L’inflazione potrebbe salire di un punto o addirittura due, in base alla durata del blocco di Hormuz. Perciò il Mef ha realizzato, oltre uno scenario di base con le previsioni tendenziali nel triennio, alcuni scenari di rischio se il conflitto in Medio Oriente dovesse vivere un’escalation.

Resta un’incognita sul debito pubblico. Il quadro macro di ottobre prefigurava un rapporto debito-Pil in salita di oltre un punto nel 2026 al 137,4%, seguito da un’inversione di tendenza nel biennio 2027-28 grazie al venir meno dei bonus edilizi. Il rallentamento della crescita potrebbe avere un impatto sul debito, che però allo stesso tempo potrebbe beneficiare dalle fiammate dell’inflazione, visto che l’aumento dei prezzi e delle entrate gonfiano il Pil nominale. Tuttavia, secondo lo scenario di base del Tesoro, il deficit 2026 rimane calcolato tra il 2,8 e il 2,9%, quindi sotto il tetto del 3%. Per ottenere l’uscita dalla procedura per deficit, infatti, non solo l’indebitamento deve tornare sotto il 3%, ma le proiezioni devono indicare che ci resti in modo stabile nei due anni successivi

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