Di Foggia-Eni, poltrona in bilico: l’ira di Meloni per la manager che voleva 7 milioni di buonuscita

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La sofferta decisione dell’ad uscente di Terna Giuseppina Di Foggia di rinunciare a una buonuscita milionaria per lasciare la società delle reti elettriche e approdare al vertice di Eni, non ha placato l’ira della premier Giorgia Meloni. E potrebbe lasciare strascichi pesanti, fino a mettere in discussione la sua nomina a presidente del cane a sei zampe. D’altra parte, la presidente del consiglio non riesce a smaltire la delusione maturata negli ultimi giorni. Era convinta che non fosse necessario arrivare all’aut aut di martedì scorso quando, all’inaugurazione del Salone del Mobile di Milano, è dovuta uscire allo scoperto pubblicamente: «Mi sembra una questione abbastanza semplice, Di Foggia deve scegliere tra la presidenza dell’Eni e la buona uscita di Terna».

Peraltro a livello contabile, in questo modo, la manager andrebbe a perdere “solo” 500 mila euro. I legali sono al lavoro per definire l’accordo finale, ma secondo lo schema ricostruito da La Stampa, Di Foggia dovrebbe rinunciare alla quota di severance che le spetterebbe come direttore generale e amministratore delegato, circa due milioni di euro. Non perderebbe, però, i diritti sulle spettanze restanti e sulla retribuzione differita – anche sotto forma di azioni – che potrebbe ammontare a circa 4-4,5 milioni di euro: cifra che include i long term incentive, ovvero gli obiettivi di lungo termine che una volta raggiunti devono essere monetizzati negli anni anche dai manager decaduti dall’incarico che vi hanno contribuito. A tutto, poi, si aggiungerebbe la remunerazione da presidente dell’Eni: mezzo milione di euro l’anno, per tre anni.

Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti ha provato a chiudere il caso: «Credo si sia concluso positivamente. Ringrazio la dottoressa Di Foggia per aver rinunciato a questa severance, è un atto di assoluta correttezza» ha detto ieri al termine del consiglio dei ministri e poi ha aggiunto: «Ringrazio tutti i manager che rinunceranno, rispetterò chi deciderà di far valere il dato contrattuale».

Per la premier, però, la ferita resta aperta. Anche perché la manager fu scelta personalmente da lei nel 2023 per diventare la prima donna a guidare una partecipata di Stato quotata e mai si sarebbe immaginata un epilogo del genere con la manager arroccata sulla proprie posizioni fino all’ultimo.

Eppure la questione era chiara da subito: Cdp ha il 31% di Eni e il 29% di Terna e ha una policy in base alla quale i manager che passano da una partecipata all’altra non hanno diritto a severance. Peraltro c’è un precedente chiaro e recente proprio in Terna con l’ex ad Stefano Donnarumma che rinunciò – senza far rumore – alla guida di Cdp Venture Capital per non perdere il diritto alla severance. Di Foggia, invece, ha provato fino all’ultimo a centrare il bersaglio grosso. Troppo per un governo alla prese con il problema dei salari dei lavoratori costantemente erosi dall’inflazione.

Probabilmente, se ci fossero stati margini di manovra più ampi, l’esecutivo avrebbe rimossa Di Foggia dalla lista presentata dal Mef per il rinnovo del cda di Eni. Le rose, però, sono bloccate e non più modificabili. A meno che non sia uno degli stessi candidati a voler ritirare la propria disponibilità all’incarico.

Lo scenario più probabile è che alla fine Di Foggia riesca a spuntarla per la presidenza, ma non si escludono colpi di scena. Per esempio c’è chi sta riflettendo sulla possibilità di chiedere alla manager un passo indietro: opzione difficile da percorrere. Un’altra opzione prevede quella di dirottare in consiglio d’amministrazione i voti destinati a Di Foggia ad altri candidati del Mef: per esempio su Cristina Sgubin o Benedetta Fiorini. Sgubin siede già nel consiglio di Eni, mentre Fiorini, ex deputata leghista, si è appena dimessa dal cda di Enac per approdare in Ita come dirigente. Sono soluzioni percorribili, ma che non convincono a pieno il governo. C’è anche una terza ipotesi quella di votare per la presidenza Emma Marcegaglia: l’imprenditrice, già alla guida di Eni e di Confindustria, è candidata nella lista dell’imprenditore Romano Minozzi. Se entrasse in cda, la sua candidatura non sarebbe da escludere.

Di certo l’epilogo del percorso di Di Foggia in Terna non è lontano dagli esordi. Ad agosto 2023, infatti, la manager licenziò a mercati aperti – senza nominare sostituti – il cfo Agostino Scornajenchi e il direttore degli affari societari Giuseppe Del Villano. Con il risultato di creare instabilità sul mercato. Una mossa che spinse il Mef a convocare la manager per chiedere chiarimenti. E che alimentò crescenti tensioni interne all’azienda.

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