L’era del commercio libero via mare potrebbe essere finita, quantomeno nella sua versione con meno vincoli e ostacoli. È la conclusione che molti, in particolare in Asia orientale, stanno traendo dall’impatto della guerra in Medio Oriente. Per esempio in Thailandia, che sta ridisegnando la mappa delle sue vie commerciali per limitare la dipendenza dalle rotte marittime.
La crisi dello Stretto di Hormuz sta infatti producendo effetti ben oltre la regione del Golfo. Tra le conseguenze forse meno immediate, ma potenzialmente più rilevanti sul lungo periodo, c’è proprio rinnovato interesse per le infrastrutture alternative alle principali rotte marittime.
l’intervento
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Ebbene, la Thailandia ha annunciato l’intenzione di accelerare un progetto strategico che potrebbe ricostruire parte della geografia dei commerci internazionali: il cosiddetto “landbridge”, un ponte terrestre destinato a collegare direttamente l’Oceano Indiano e il Pacifico.
Al centro della questione c’è il ruolo cruciale dello Stretto di Malacca, uno dei punti di strozzatura strategici più importanti del commercio mondiale. Attraverso questo stretto passa circa il 40% del traffico globale, inclusa la maggior parte delle esportazioni energetiche provenienti dal Medio Oriente verso le grandi economie asiatiche, in particolare Cina, Giappone e Corea del Sud. Si tratta di una rotta essenziale ma estremamente congestionata e vulnerabile, sia dal punto di vista logistico sia da quello geopolitico. Tanto che si parla comunemente di “dilemma di Malacca”, soprattutto dal punto di vista di Pechino.
È proprio questa vulnerabilità che la Thailandia intende sfruttare, trasformandola in opportunità. Il progetto del landbridge prevede la costruzione di due grandi porti marittimi sui lati opposti della penisola meridionale del Paese, collegati tra loro da una rete integrata di autostrade e ferrovie. Le merci potrebbero essere scaricate da un lato, trasportate via terra e reimbarcate dall’altro, evitando così il passaggio nello stretto di Malacca. Il vantaggio sarebbe duplice: una riduzione dei tempi di navigazione di circa quattro giorni e un taglio dei costi di trasporto stimato intorno al 15%.

L’iniziativa, che potrebbe arrivare a costare fino a 1.000 miliardi di baht (circa 31 miliardi di dollari), rappresenta uno dei più ambiziosi progetti infrastrutturali della regione. L’idea di creare un collegamento terrestre alternativo a Malacca circola da decenni, spesso sotto forma di proposte di canale attraverso l’istmo di Kra. Le difficoltà tecniche, i costi elevati e le implicazioni politiche avevano finora rallentato ogni sviluppo concreto. Oggi, però, il contesto internazionale è cambiato.
Le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno dimostrato quanto sia rischioso dipendere da pochi snodi strategici per il flusso globale di energia e merci. Come ha sottolineato il vice primo ministro thailandese Phiphat Ratchakitprakarn, il conflitto in Medio Oriente ha evidenziato il valore del controllo delle rotte di trasporto. In altre parole, chi gestisce i punti di passaggio della globalizzazione possiede un vantaggio economico e geopolitico enorme.
La Thailandia punta quindi a posizionarsi come hub logistico alternativo tra Oceano Indiano e Pacifico, intercettando una parte significativa dei flussi commerciali oggi concentrati su Malacca. Il progetto non riguarda solo il trasporto marittimo, ma si inserisce in una più ampia strategia di sviluppo economico, che mira ad attrarre investimenti internazionali, creare occupazione e rafforzare il ruolo del Paese nelle catene globali del valore. Secondo le stime ufficiali, il landbridge potrebbe generare fino a 200.000 nuovi posti di lavoro.

L’interesse internazionale non manca. Colossi della logistica come DP World e gruppi immobiliari e infrastrutturali come New World Development hanno già manifestato interesse per partecipare al progetto. Anche diversi governi, tra cui quello degli Emirati Arabi Uniti, hanno seguito con attenzione le presentazioni thailandesi negli ultimi anni.
Non mancano comunque le criticità. In primo luogo, c’è il tema della sostenibilità economica. Un investimento di tale portata richiede volumi di traffico sufficientemente elevati per essere giustificato nel lungo periodo. In secondo luogo, emergono forti preoccupazioni ambientali. La costruzione di infrastrutture su larga scala nella penisola meridionale thailandese potrebbe avere impatti significativi sugli ecosistemi locali, in una regione caratterizzata da elevata biodiversità. I critici sottolineano il rischio di danni irreversibili e chiedono valutazioni ambientali più approfondite prima di procedere.
Qualora il progetto fosse portato a termine, potrebbero cambiare anche gli equilibri politici e strategici. Il controllo di una nuova rotta commerciale alternativa attirerebbe senz’altro l’interesse di Stati Uniti e Cina. Pechino, in particolare, ha da tempo individuato nello Stretto di Malacca un punto vulnerabile della propria sicurezza energetica, il cosiddetto “dilemma di Malacca”. Un’alternativa terrestre attraverso la Thailandia potrebbe ridurre questa dipendenza, aprendo però nuove dinamiche di competizione.
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