Il primo aereo statunitense con a bordo una delegazione del Dipartimento di Stato è atterrato a L’Avana per riaprire un canale diplomatico diretto tra Stati Uniti e Cuba, i due storici nemici a morte. È un evento dal forte valore simbolico avvenuto il 10 aprile scorso: non accadeva dai tempi di Barack Obama che un veicolo Usa toccasse il suolo cubano, quando il disgelo sembrava possibile. Forse è davvero troppo poco per parlare di disgelo ma, di fatto – e ora anche ufficialmente – i negoziati sono in corso e il dialogo è aperto. Rispetto a dieci anni fa, oggi la situazione è più ambigua perché il riavvicinamento è arrivato in seguito a un’escalation di minacce da parte del presidente statunitense che continua a oscillare tra tentativi di dialogo, e incessanti pressioni sulla possibile “presa amichevole” dell’isola.
«Posso confermare che di recente si è tenuto qui a Cuba un incontro tra le due delegazioni», ha dichiarato il sottosegretario per le relazioni con gli Usa del ministero degli Esteri di Cuba, Alejandro García del Toro, confermando un passaggio impensabile fino a poche settimane fa. Gli Stati Uniti hanno però iniziato a mettere dei paletti, imponendo alla leadership cubana una finestra temporale limitata per attuare i cambiamenti. Sul tavolo ci sono le riforme economiche per attrarre capitale straniero, far crescere il settore privato e passare definitivamente a un’economia di mercato; c’è poi la questione dell’accesso satellitare a internet con Starlink, per permettere al popolo cubano di connettersi gratuitamente, e la liberazione dei prigionieri politici come Luis Manuel Otero Alcántara e Maykel Osorbo, insieme a tutti gli altri dissidenti.
Washington chiede inoltre i risarcimenti per i beni confiscati nel 1959 e segnala rischi legati a possibili presenze straniere sull’isola ostili agli Usa. In ogni caso, le richieste sarebbero appena sufficienti per avviare il dialogo, ma non abbastanza per revocare l’embargo, cioè quella serie di sanzioni economiche e finanziarie imposte dagli anni ’60 che hanno mortificato e penalizzato gravemente l’isola. Secondo la delegazione, tali misure non prevedono un vero e proprio cambio di regime e risultano quindi insufficienti a soddisfare le condizioni legali necessarie ad annullare le sanzioni, come l’introduzione del multipartitismo, l’indipendenza della magistratura e lo svolgimento di elezioni libere.
L’Avana – che intanto si prepara a tutto, anche alla guerra pur di difendere la propria sovranità e i principi della Revolución – non intende cedere a tutte le richieste di Washington senza condizioni. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha ribadito che ogni negoziato dovrà avvenire nel rispetto della sovranità nazionale, mentre il sottosegretario Del Toro ha dichiarato che la cosa principale resta proprio l’embargo, contestato da oltre trent’anni anche dall’Assemblea generale dell’Onu. Sebbene ufficialmente al tavolo delle trattative ci sia Del Toro per Cuba, pare che ufficiosamente a guidare il dialogo sia soprattutto il nipote prediletto di Raúl Castro, Raúl Guillermo Rodríguez Castro – detto Raúlito o anche “il Granchio”, per via di una malformazione alle dita – che avrebbe addirittura reso possibile un riavvicinamento con il nemico storico. Per gli Stati Uniti ci sarebbero diversi sottosegretari di Stato ma non se ne conosce l’identità: Michael Kozak, funzionario del Dipartimento di Stato responsabile della diplomazia nell’emisfero occidentale, ha rifiutato di dire chi stia portando avanti il dialogo oltre a Trump e al segretario di Stato Marco Rubio.
Accanto ai negoziati c’è una popolazione che vive tra la voglia di cambiare e il timore che il dialogo possa trasformarsi nel preludio a uno scenario di guerra. «Vorrei un cambiamento, anche da Trump, persino dopo quello che è successo in Iran. Però, se devo essere sincera ho paura della guerra», racconta D., una donna cubana di circa 30 anni, regista e attivista appartenente a un gruppo di femministe della città di Camagüey, capoluogo dell’omonima provincia nella zona centro-orientale di Cuba. «Non ho paura di un’operazione militare di Trump contro il nostro Paese ma di una guerra civile tra il popolo e l’esercito», aggiunge D., forse troppo fiduciosa nei confronti di un presidente che ha portato avanti un intervento militare in Venezuela e un altro, peggiore del precedente, in Iran.
E sull’isola c’è anche chi, pur avendo voglia di voltare pagina, continua a rimanere fedele agli ideali della rivoluzione cubana: sui video online e per le strade dell’Avana e nelle province, il sentimento è di rifiuto categorico della guerra come aggressione alla propria sovranità: «Aquí no se rinde nadie», ripetono con dignità in molti. Oltre la paura della guerra, sullo sfondo resta la speranza che Cuba riesca a risollevarsi dalla peggiore crisi della sua storia recente, potendosi autodeterminare con nuove forme di governo e maggiore libertà.
L’era Trump ha però imposto una certa visione del mondo e Cuba viene ormai considerata un tassello strategico dell’emisfero occidentale. Le recenti pressioni di Washington sembrano proprio riproporre la logica della Dottrina Monroe e, in particolare, del Corollario Roosevelt, dal nome del presidente Usa, il quale, più di cento anni fa, si esprimeva su Cuba con parole che suonano terrificanti e allo stesso tempo appaiono come un déjà vu circa le recenti minacce trumpiane di sterminare la civiltà iraniana: «Sono così arrabbiato con quell’infernale, minuscola repubblica cubana, che vorrei cancellare la sua gente dalla faccia della terra». Dopo oltre un secolo, non è cambiato molto.
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