Succede tutto in pochi attimi nella ballroom, la sala sotterranea, del Washington Hilton, il grande hotel lungo Connecticut Avenue dove nel 1981 venne ferito Ronald Reagan. Sono da poco trascorse le 8:30 quando sentiamo 4 colpi secchi di arma da fuoco.
Pochi secondi dopo gli agenti di sicurezza fanno irruzione nella sala stipata per l’annuale cena dei corrispondenti della Casa Bianca. Sul palco ci sono il presidente Trump, la first lady Melania, il vicepresidente JD Vance e la portavoce Karoline Leavitt oltre al Board della WHCA guidato dalla presidente Weijia Jiang della CBS.
Il programma è iniziato da poco, è stato suonato l’inno e la curiosità è tutta per il discorso del presidente dinanzi ai “nemici” della stampa tradizionale.
“Stay Down”, state giù l’urlo degli agenti. Il vicepresidente Vance in una attimo viene letteralmente strappato dalla sedia da un agente, in quattro si buttano addosso a Trump, lo sollevano e lo portano via. Prima però il presidente è per terra, gli agenti lo proteggono mentre quasi gattona verso di lui e l’uscita anche Weijia.
I giornalisti e gli ospiti – ci sono oltre duemila persone nella sala – sono sotto i tavoli, o dietro le colonne, o per terra adiacenti ai muri. Sono quasi due minuti che non passano mai, i telefonini riprendono scene di panico, incredulità. Perché non si sa nulla di quello che è successo fuori. A pochi metri.
Il pericolo cessa, il presidente è in una sala, i membri del suo Gabinetto – ci sono tutti, solo Marco Rubio manca all’appello – vengono scortati fuori. Scott Bessent, ministro del Tesoro, è uno straccio, pallido, tremolante. Kash Patel, con la compagna, viene portato fuori mentre si attacca al telefonino. Prima di loro Pete Hegseth e poi Doug Burgum, ministro dell’Interno.
Le porte restano sbarrate. I partecipanti alla cena sono in shutdown. Comunicare con l’esterno è quasi impossibile, il segnale telefonico – sottoterra – è assente, il wifi intasato e lento. Si cercano gli amici, per vedere se tutto va bene. Qualcuno è più scosso di altri, “grazie per essere qui”, pacche sulle spalle e abbracci. Ma anche tante domande, “che è successo, cosa è stato?”.
I dettagli fluiscono in modo confuso, contradditori e si diffondono a colpi di smentite. Poi una delle grandi porti viene aperta. Ci troviamo nel foyer accanto a Kevin Hassett, capo del consiglio economico e Linda McMahon segretaria all’Istruzione, e decine di reporter.
Weijia diffonde prima il messaggio che la cena riprenderà come da programma, poi cambia versione su richiesta del Secret Service. Trump avrebbe voluto restare, ha confessato, ma si è piegato al protocollo.
La cena è finita, verrà riprogrammata – per volontà di Trump – entro trenta giorni. Si lascia dopo quasi due ore la sala da balla uscendo praticamente in fila da due rampe di scale mobili e controllando sui telefonini le news.
Donald Trump intanto è tornato alla Casa Bianca e ha annunciato – tramite Weijia – che terrà una conferenza stampa.
Anche la dinamica dell’attacco diventa chiara. A colpire è stato un uomo di 31 anni, originario della California, aveva con sé una pistola, un fucile a canna liscia e diversi coltelli. Alloggiava all’Hotel Hilton e ieri sera si è avvicinato alla lobby della ballroom, prima di superare però il checkpoint è stato individuato, ha sparato e ferito una agente (salvo grazie al giubbotto antiproiettile, ha ricevuto l’elogio e il ringraziamento di Trump) e poi è stato colpito. Quattro o cinque i colpi esplosi. Per qualche minuto è girata la voce fosse stato ucciso. È stato invece ferito e la sua foto a terra, ammanettato, è stata mostrata dallo stesso Trump qualche ora dopo. Presto, hanno detto le autorità, per il movente. L’uomo ha agito da solo.
Trump ha detto di non sapere se fosse lui il bersaglio dello sventato attacco.
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