Paolo Fresu: Jazz per la pace

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Una cosa Paolo Fresu aveva bene in testa quando una quarantina di anni fa lanciò il festival Time in Jazz: «volevamo creare un evento che durasse nel tempo, che non fosse solo un momento effimero, di passaggio», ricorda il musicista all’Istituto italiano di cultura di Parigi, dove è stata presentata la 39 ª edizione della manifestazione che anche quest’anno si terrà nel nord della Sardegna. Una scommessa vinta quella dell’artista, ideatore di un appuntamento diventato ormai imprescindibile nel panorama jazzistico internazionale. Come sempre, il centro nevralgico sarà a Berchidda, paesino natale di Fresu, sebbene il programma preveda eventi in tutta la zona dall’8 al 16 agosto, con una prima tranche dal 19 al 21 giugno. Il titolo è Kind of Blue, in omaggio all’omonimo disco-capolavoro del 1959 di Miles Davis, del quale ricorrono quest’anno i cento anni dalla nascita.

Si sarebbe mai aspettato una simile longevità per il suo Time in Jazz?

«Sinceramente no. Nel 1987 scrissi un piccolo manifesto del festival con una Olivetti Lettera 32. All’epoca ci chiedevamo come saremmo riusciti a portare gente in un paese piccolo come Berchidda. È un interrogativo che ci poniamo ancora oggi, dando ogni anno una risposta diversa».

Il festival coinvolge tutto il paesino, dove vivono circa tremila anime.

«Ricordo che un anno vidi Ornette Coleman dietro al palcoscenico accompagnato da due ragazzi che conoscevo, vestiti in modo molto elegante. All’inizio non capii cosa stessero facendo con l’artista, che seguivano ad ogni passo. Poi i miei collaboratori mi spiegarono che li avevano vestiti da bodyguard, con tanto di finto auricolare all’orecchio, perché Coleman nel contratto chiedeva due uomini della sicurezza. Era una richiesta che non potevamo soddisfare. Lui all’inizio non se ne accorse, rimase molto contento e fece un concerto straordinario. È un festival in cui si fa di necessità virtù, perché in un Paese così piccolo è necessario che tutti partecipino e questo viene percepito dal pubblico e dagli artisti».

L’edizione di quest’anno è dedicata a Miles Davis, artista al quale ha dedicato l’opera Kind of Miles, che riproporrà durante il festival

«Io Miles l’ho bevuto dal biberon quando ero piccolo, infatti in Kind of Miles racconto questa storia. Stiamo parlando di un uomo dalle diverse sfaccettature, anche se noi conosciamo principalmente quella musicale. È stato uno scopritore di talenti, ma anche una persona molto impegnata. Non ha mai risolto il problema della relazione sociale con quel mondo afroamericano così difficile. Nel 1959, ad esempio, fu picchiato all’uscita di un locale dove aveva suonato perché era insieme ad una donna bianca».

Il suo lavoro ha un’influenza sulla musica ancora oggi?

«Ha un impatto del quale non ci rendiamo conto. Quella sordina si sente ancora oggi in qualsiasi disco di rap, di trap o di rhythm and blues. Lui ha inventato un suono che prima non aveva nessuno. Io sono partito da quello, l’ho studiato e spero di essere arrivato oggi ad averne uno mio. Poi c’è la parte elettronica: Miles Davis è stato uno dei primi a lavorare con la pre-produzione in studio o ad utilizzare delle basi. Sono tutti elementi che hanno contribuito a creare la musica odierna».

Non lo ha mai incontrato?

«L’unica volta che ne ho avuto occasione sono scappato via. Era il 1984, a Terni: l’organizzatore di un suo concerto mi propose di vederlo al termine dell’esibizione ma scappai via. Però ho collaborato con molti musicisti che hanno suonato con lui, come David Liebman o Mino Cinelu, e tutti me l’hanno descritto come un uomo ostico, difficile, capace però di dare molto alle persone che amava».

Da Davis sembra aver ereditato anche il suo impegno sociale, come abbiamo visto quando si è schierato a difesa dell’Ucraina o di Gaza, per cui ha deciso di ritirare la sua musica da Israele.

«Chiedendo però a tutti coloro che avessero avuto voglia di ascoltarmi di contattarci per riceverla a titolo gratuito. Per averla, si sarebbero dovuti dichiarare contrari alle politiche del governo israeliano. Era l’unica cosa che potevo fare, un modo per esprimere il mio dissenso».

Qual è la sua posizione in merito alla presenza di Israele all’Eurovision?

«Non è un problema su chi ci deve essere o no. Ma se non hai la Russia, che ha invaso un altro Stato, non devi avere nemmeno Israele. Su questo tema si sono esposti nomi come Peter Gabriel e i Massive Attack, ma in Italia non siamo stati molti. Noi artisti su questo facciamo sempre troppo poco».

Come dovrebbe agire l’arte su questi temi?

«Deve impegnarsi di più. È come se ci fosse una sorta di paura nei confronti della gogna mediatica, che comunque esiste. Io in passato sono stato attaccato più volte, come ad esempio quando ho fatto il digiuno per lo ius soli. Non dobbiamo porci il problema del quanto serva pronunciarsi o prendere una posizione, perché se lo facciamo tutti poi nasce un qualcosa. Se ognuno di noi continua a chiedersi a cosa serve la propria parola, continueremo ad essere oppressi da una realtà che non amiamo».

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